
C’è innanzitutto una ricerca assai accurata della parola in questa raccolta della Trimarchi confermata dal titolo, molto suggestivo, che, nel richiamare una forma ormai non più praticata a causa del diffondersi dei social, allude al pericolo di un mancamento di futuro della stessa poesia, contro il quale le armi da difesa da sfoderare siano, insieme, l’esattezza lessicale, l’incantamento sonoro e quella capacità di sottrazione raccomandata da Italo Calvino che conferisca al dettato forza e autorevolezza. Esse, nel fissare la versificazione come espressione necessaria, piena, avviluppata ad un’idea centrale, su cui ritorneremo, evocante l’eterno presente, hanno, infatti, il compito di traghettarla oltre il terrore dell’oblio. È come dire che il potere poetico è più forte di quello del tempo, che il suo filo musicale lo ancora al primo eterno suono creante.
In certi testi sembra che la poeta giochi con l’alfabeto, che le piaccia oltremodo radunare nel giro di pochi versi allitterazioni e slittamenti di vocali e consonanti tali da creare insolite combinazioni (con effetti di cucitura-scucitura di senso), come “stolta, storta, storia” quasi a volere irretire il lettore in un sortilegio che lo apra ad un plurisenso visionario.
Molti critici hanno sottolineato la chiarità dei testi, eppure a me non è sembrato così. È il dettato ad esserlo, non l’architettura compositiva che li governa.
Carteggio d’amore: recita il titolo. E mi aspettavo che fosse l’amore, tòpos irrinunciabile di ogni poetare, il tema sovrano. E invece, trovavo anche le cose (mobili, carabattole, vestiti), il corpo (nominato e rinominato in tutte le sue membra e funzioni sensoriali), il tempo che passa e lascia ricordi (case, volti, luoghi); elementi biografici (la maternità, la scomparsa di persone amate). E più leggevo i testi, più intuivo, senza riuscire a metterlo a fuoco, il vero centro ispirativo.
La chiave mi è stata finalmente offerta, dopo l’ennesima lettura, probabilmente quale premio alla mia ostinazione, dal testo che ha titolo “Carteggio IV”:
Il tavolo come luogo
dove è approntato il corpo
che piange e stilla umori
in attesa di impasti sapienti
che rallegrino – mescolino
la carne imbevuta di parole –
annegata in sguardi muti –
è principio di racconti
di quando la voce grida
di una storia simile a tutte
le travagliate storie d’amore.
I primi due versi escludono, infatti, che il corpo a cui si riferisce la Trimarchi sia soltanto quello fisico: “il tavolo”, che evoca l’atto della scrittura; “la carne imbevuta di parole”, e la voce che grida “una storia simile a tutte le travagliate storie d’amore” sono un chiaro riferimento alla poesia, percepita anch’esssa come una presenza concreta, secondo quel processo che la Woolf chiamò embodiment, grazie al quale la parola serve a ridare corpo e carne a ciò che, momento dopo momento, è già passato, restituendo la vita custodita dalla memoria ad altra vita. Il corpo che piange e stilla umori / in attesa di impasti sapienti sono i due versi che rimarcano la coincidenza tra il corpo di carne e ossa e quello verbale, il primo proiettandosi nel futuro attraverso la forza istintiva dell’eros e il secondo consegnando il transeunte alla fascinazione di suoni che orchestrino insieme, con grande sapienza, una musica memorabile, che il lettore sentirà come una composizione fluida, necessaria, unitaria e che invece è stata raggiunta superando il conflitto fra sparizione e resurrezione; un canto di Sirena che produce quella percezione tremenda del bello, che viene definita sindrome di Stendhal, comprensibile più per intuizione che per razionalizzazione, come insegna il famoso episodio, nell‘Odissea, di Ulisse che si fa legare per non cedere alla malia delle voci delle Sirene.
Ne consegue che la poesia è una forma d’eros e che il senso più profondo del titolo della raccolta, Carteggio d’amore, si rivela in pieno se si considera che il carteggio è un genere di scrittura in cui mittente e ricevente entrano in comunicazione. Inoltre, la scelta del termine “carteggio”, ormai piuttosto in disuso, come già si è detto, dopo l’avanzata dei social, ha a che fare con la funzione conservativa del gesto poetico, che si fa memoria del tempo, delle creature, della vita che scorre via senza sosta, consegnandoli al futuro, che è, dunque, l’idea centrale che sostiene il poetare.
Il carteggio, in buona sostanza, si fonda su rapporti autentici, autobiografici e no (intendendo esplorare i vari aspetti dell’attrazione amorosa), e però bisogna dire che questa operazione risulta credibile proprio perché i fatti vengono intessuti del bello del dire poetico.
In più testi si ha l’impressione che la Trimarchi parli piuttosto della relazione intima tra vita e poesia, sovrapponendo la passione per un corpo concreto e quella per il corpo astratto della poesia: un verso come posando la parola lì – nello squarcio segreto, così profondamente erotico se pensato durante l’atto sessuale, allude anche all’affondamento della parola nel trauma, nel suo incunearsi nel segreto dell’anima. Così come il testo “Sottrazione” ricorda una delle celebri Lezioni americane di Italo Calvino, allorquando parla di parole ripulite e di come possa rilucere il contorno fra un vuoto e l’altro.
La poesia del resto, nel momento in cui si affida alla memoria, sa benissimo che essa affiora per frammenti – ed è quello che reputo voglia sottolineare l’uso dei trattini così frequente nei testi – che tuttavia trovano il loro legame nel canto, nel suono, in modo da superare l’empasse del tempo, percorrendo un cammino circolare, che torna e ritorna al principio delle cose, della vita, dei gesti.
È come dire che la vita non muore più, che tutto ricomincia daccapo per chi scrive e per chi legge,
In questa circolarità si inserisce l’autrice che dice espressamentte:
Immobile – mi siedo su crocicchi
di fortuna perché è il tondo l’unico
dove – dove voglio restare
Versi che, nel concludere la raccolta, si cuciono con quelli dei testi iniziali in cui si parla di un incedere a ritroso verso l’origine, il prima. È così che le parole si fanno ubbidienti all’Idea, sviluppandola con coerenza in un sapiente incastro tra forma e contenuto.
Franca Alaimo
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