*
Mi dici che hai un piano regolatore
per la mente. Che la mente ha un piano
regolatore per il cosmo. Osserva – mi dici –
come il guscio di un uovo penetra il sole.
Come l’asfalto combacia le stelle più lontane
col ritmo dei tuoi occhi se osservi in frammenti
la lingua che ti conduce. Mi hai detto di sostare
nel punto più remoto nella croce del tuo corpo.
Osserva – mi hai detto – con sguardi chiari
la cicatrice che è l’acqua.
Per stare uniti la coscienza mi chiedi
di osservare – di essere osservati da un binocolo
di albe, da cunicoli deserti che sono case
ormai, le case che sono un enigma. Il piano
regolatore tu mi insegni – spostare l’emisfero
sognato nell’emisfero dei giorni – un suono
di abiti di lino ai fianchi – tu e io che ci sfioriamo
tu e io e la solitudine di una cicatrice – mi spieghi
sott’acqua – mi spieghi che l’acqua si nutre
di idee.
*
Da una distanza le foglie di una luce trascorsa
quando il mare è violento. Quando il vuoto
dell’acqua è violento si apre un’emorragia
un plotone di specchi. Ti guardi, volgi il cielo
per un fare verticale. Per verticale d’amore
la maturazione di uno specchio è ferro bollente
plasma una rosa immortale. Le foglie mai nate
le foglie che nascono sempre. Anche – mi dici –
per nascere morte. Così queste sfere di noi
così questi palazzi sono lo specchio centrale.
Lo specchio centrale lassù siamo il lampo
di un altro. Di un cuore che accade interrotto.
Intorno a noi questo vento, le foglie di una luce
che guarda. Una lama – mi dici – di fogli
è il solo potere. La maturazione della lama
che il potere ti toglie. Così parli allo specchio
per un tempo verticale. Per una distanza
che accade realmente. Per una uccisione d’amore.
Ma cosa uccidere. Come uccidere. Per quanto
ancora preparare all’uccisore il ferro.
*
Vengono dalla trachea dei discorsi, dai negozi
targati Vuitton e dagli echi di chiese adoranti.
Li vedi alle casse dell’Ikea travolti dal bancomat
il loro sguardo da trilocale e cene in terrazza.
Mi dici – vengono con il sole già alto
e per la luna dei nostri antenati. Comprendo
perciò la loro cravatta di seta, il giornale
piegato a metà tra l’idea del giornale e la linea
del ventisette. Ritornano a casa – ti dico
per rifare l’orologio alle strade, per contare
i millimetri tra una ruga e una smorfia.
Chissà quanto distante da me – mi dici –
chissà chi tra noi ha una lama nascosta nella
borsetta. Sul canale dodici guardo in sottofondo
la notizia di una donna massacrata. Ti chiedi –
per amore si può fare a meno dell’altro?
Vengono dal mio stesso bar, dalle mie chiese.
Sono la mia idea di casa, la tua seta a tracolla.
Mi dico – i nostri antenati avevano poteri
più alti. E penso tra me e te quanta distanza.
Veniamo dalla stessa caverna. Siamo noi sono
loro la notizia che ho da darti da tempo.
*
Costruiamo una maschera. È per il giorno –
per la notte basterà la nostra faccia. Riprendiamo
così la ricerca. Nel solito bar una ragazza
gioca a carte con scheletri rosa. Ha le gambe
piene di cicatrici, due occhi diversi. Potrei
essere io – mi dici. Ma tu non bevi
con la mano sinistra. E poi hai scheletri
solo miei nell’armadio. Ad un tavolo opposto
un uomo con pochi denti sorride.
Le sue gambe bianche, la barba un rigagnolo
tra le fauci vaneggia e chiama una donna.
Ti chiedo – quello potrei essere io – se e quando
riuscirò a incontrarti. Ma questo è solo il solito
bar. Devo cambiare città, perdere molte
fermate di ogni metro che passa. Ci sono molti
più bar a Taiwan. Molti più scheletri rosa.
Oppure a Londra. Dove per la faccia non basta
una notte. Costruiamo una maschera là.
*
Mi dici che il corpo ha un piano regolatore
per la morte. Che la morte ha un piano
regolatore per il tempo. Ascolta – mi dici
quanto tempo tra queste vene e il mio cuore
se vedo nei tuoi occhi un machete
ti dico – ho paura che sia solo un sogno
la clessidra che qui in petto hai girato.
È solo il quasar di una spenta connessione
mi dici – e noi le gabbie sempre connesse.
Ma nel granello di questo amore – ti dico – qui
nel rumore della lama che scorre – anch’io
ho visto lo specchio embrionale. Per stanze vuote
di specchi noi ora chi siamo? Lancette storte
sempre connesse alla notte in un livido
di amarsi come ombre sul muro? Nessuno
sa che la notte è un’isola, e sull’isola noi due
ci perdiamo. Ti dico – avevo solo un bel piano
regolatore. I tuoi baci come uno schermo.
*
Antonio Bux, Venere in pixel, nota di Mario Desiati, Marietti 1820, 2025

Antonio Bux è nato nel 1982 a Foggia, dove vive. È autore, editor e pubblicista per le pagine culturali del quotidiano la Repubblica (edizione di Bari). Tra i suoi libri di poesia, Trilogia dello zero (Marco Saya, 2012), Naturario (Di Felice, 2016), Sasso, carta e forbici (Avagliano, 2018), La diga ombra (Nottetempo, 2020), Diario dell’intruso (Marco Saya, 2022), Gemello falso (Avagliano, 2022), Mappe senza una terra (RPlibri, 2023) e Venere in pixel (Marietti 1820, 2025), con i quali è stato selezionato e ed è risultato finalista in premi come lo Strega Poesia, il Viareggio, il Carducci, il Camaiore, il Città di Como, il Montano, il Notari e il Prestigiacomo (vincitore categoria under 40).
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