Ci fu un tempo. Dove al tempo si dava il tempo. Il “de rerum naturae” di Lucrezio. Spiegato dal tronco al frutto. Secondo i dettami delle stagioni. Ma i versi in esergo di Franca Maria Catri: “muove all’indietro il fiore / mira il bianco iniziale / chiede di non essere nato “. Ci indicano una Penelope magica, il lavoro di una Bruja Blanca. Ovvero, secondo le tradizioni sudamericane, di una donna che usa la propria energia di guarigione per aiutare il prossimo. E affinché la cura arrivi al cuore, servono purezza e rispetto. C’è una cosa che mi preme dire dopo aver letto molta poesia della Martinez: lei rende lieve la carta. Il suo rispetto Zen, percepibile anche dall’escamotage che utilizza degli spazi, sempre di senso, vuoti, liberi nella punteggiatura, che rendono ferme e geometriche le forme del testo avvalora ancora maggiormente questa dimensione orientale del rispetto della natura. Anche il bianco. Il colore dello yang dell’antica filosofia cinese legata al Confucianesimo legata ai fiori, ai gigli, simbolo delle Sante nell’iconografia cristiana.

Bianco intenso, non pallore. Bianco puro, non umore lunare legato all’utero ed al suo ciclo. Nell’antico moto di pieno e vuoto, dove il gesto, che può essere anche parola, penetra e si ritrae, nel mare del pensiero, nelle cavità del cuore, scuote, rompe il vuoto, lascia il vuoto. Ma lo stesso vuoto, in questo dualismo sono assenza e presenza. Tutto questo candore, superando l’innocenza del “fanciullino pascoliano”, ci spinge verso la Santa, o meglio la Santuzza, la Santa bambina. Raffigurata come Santa Rosalia a Santo Stefano di Quisquina. Nel suo candore di marmo. Umettato dall’umidità della roccia. Proprio come nel santuario di Palermo dove viene recuperata la stessa acqua umifera delle pareti. In questa dimensione che tende non al “misticismo”, bensì a quel Dolce Stil novo dove gli Angeli avevano una parte nella vita dell’amore umano. In Laura e Beatrice gli occhi sono il bacino del candore. E ce lo ricordano. Ce lo ricordano le parole utilizzate nei testi. Che sono chiavi e rimandi. Una selezione del linguaggio. Che si scarnifica, si sveste, non vuole fare sfoggio di sapienza. E si rivela, come una candela svela il segreto della luce. Qui, la parola diviene così un labirinto. Non ingannevole. Ma di rimando in rimando. Di segno salvifico. Cerca il filo Arianna. Cerca il chiarore della chiarezza “sant’anna”. Scava la metamorfosi paradisiaca, scala la preghiera, dove il dolore ha un cuore, un centro, un focus, il focus della sua poetica, di silenzio, di ricerca del minuscolo assoluto. Non di leggi, né di regole, ma di attimi del carpe diem, dove saper cogliere il lato, lo spettro luminoso della Luce. Che è salvezza. Se vera Luce.

Sebastiano Adernò


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