Nicola

 

Nicola Romano, un maestro di stile


In tutta l’opera poetica di Nicola Romano (e l’ultima silloge: Al centro della piena, pubblicata con le edizioni Il ramo e la foglia e uscita postuma nel 2023 non vi si sottrae) prevale la rappresentazione di una quotidianità borghese, per lo più opaca e scialba, quale oggettivizzazione di una resa esistenziale causata dalla decadenza massiva dei valori che ha disumanizzato i rapporti sociali, la cui presa di coscienza favorisce nel poeta un sentimento di disincanto se non di “regressività” (alla maniera di Bartolo Cattafi, uno dei suoi autori di riferimento) che ha connotati sia storici che metafisici.
Perfino il recupero linguistico di tanti vocaboli desueti sembra corrispondere ad un riscatto di sublimità ed altezze ideali già vive nella tradizione poetica in cui la scrittura di Romano va palesemente inserita. In questo lessico così caratterizzato, attento ai valori fonico-metrici della parola, e che potremmo definire dantescamente petroso, aspro e chioccio, cioé sonoramente greve, proprio perché aderente alla materialità dei disvalori (Dante vi fa ricorso per descrivere l’inferno del mondo), si coglie una sorta di risentimento, un dispiacere morale che non eliminano però una virile postura interiore: «ma accettare/ davvero non potrei/ l’offesa e l’insolenza/ del mio simile bruto e m’affama/ con fare pravo e gesti senza senno/ mortifica il mio essere nel mondo/ e che s’arroga il vanto di piegare/ la mia dignità come una fronda».
E, tuttavia, non manca al poeta l’appiglio al kairòs della salvezza proprio come in Montale, il maestro amatissimo, sebbene quello del poeta ligure sia legato per un certo periodo maggiormente ad una figura femminile salvifica ripresa dallo stilnovismo, mentre quello di Romano abbia una evidente connotazione religiosa, più vicina al percorso di un altro outsider della storia del Novecento letterario italiano, quale Clemente Rebora.
L’atteggiamento religioso, coincidente con la consapevolezza della prossimità dell’oltre, trova il poeta -impegnato in una lotta contro un’infida malattia- rivolto ad un’analisi interiore che lo lascia, nonostante lo sfibramento fisico, in qualche modo ancorato alle proprie umanissime ambizioni, e, nonostante l’anelito e la tensione dell’anima, inadeguato ed umilmente abbandonato di fronte al mistero.
La totalità di questi testi che potremmo definire frammenti di un solo discorso, tanto sono compatti e coerenti, oltre che una ricerca formale di armonia e un esercizio di stile severo e ordinato, rappresenta dunque una sorta di compendio biografico e intellettuale oltre che un ritorno, dopo la parentesi di Tra un niente e una menzogna in cui l’autore palermitano aveva ampiamente rotto con la misura tradizionale del verso, all’usuale gabbia metrica (settenari per lo più mescolati ad endecasillabi ed altre classiche misure), quasi a volere consegnare ai lettori lo specchio espressivo più consono alla sua idea di poesia, così vicina al suo maestro Montale, che, come scrive Angelo Marchese (introducendo il volume dedicato dall’Utet al poeta ligure in occasione del premio Nobel) polemizza con la poesia contemporanea in cui «le parole schizzano in tutte le direzioni come l’esplosione di una granata, non esiste un vero significato, ma un terremoto verbale con molti epicentri», rimanendo legato ad idee che appaiono oggi antiquate come l’ispirazione, la necessità di organizzazione delle parole intorno a temi portanti e la riflessione su argomenti chiave dell’ umano destino e del suo rapporto e con il visibile e con l’invisibile.
Montale, ad un certo punto della sua riflessione, pur non escludendo l’esistenza di Dio, lo immagina così altro, così enigmatico ed imperscrutabile da rinunciare a porsi in relazione con lui. Nicola Romano, al contrario, precisa proprio nel testo di apertura di Al centro della piena la sua appartenza creaturale al Padre dei cieli, al quale indirizza una preghiera, quasi una riscrittura del Pater noster, in cui invoca una relazione più intima con una serie di imperativi pressanti (“diventa”, “rimani”, “stringi”, “togli”, “pungimi”) che esprimono un crescendo di tensione amorosa fino alla nominazione, cessato finalmente il rumore del mondo, della meta finale dell’Eterno, introdotto dall’ultimo imperativo: «e fa che sia d’Eterno la mia fame», con una allusione all’altra dimensione d’eternità: quella terrena che ancora gli “gonfia” il petto, alla quale non può da poeta rinunciare, ma collocandola, se sganciata dal servizio spirituale della poesia, fra le tentazioni .
Un elemento dominante nella poesia di Nicola Romano è l’autobiografismo, il quale – va subito chiarito- non ha niente a che fare con il protagonismo di molti autori moderni, aspirando, invece, a proporsi come una vicenda esistenziale parallela a quella di tanti compagni di viaggio, segnata da quella delusa adattività causata dall’essere fagocitati proprio dalla vita, lastricata di difficoltà e inciampi, oltre che dalla crudeltà della storia sempre volta a schiacciare i più deboli.
Ne consegue un disgusto per l’attuale inciviltà di un secolo, che vanta progressi tecnologici in proporzione inversa al regresso morale, che non va confuso con una presa di posizione ideologica: quella di Nicola Romano non è una poesia d’impegno, quale può essere quella di un Pasolini, al quale rubo un passaggio, a proposito di Clemente Rebora, Sbarbaro, Boine ed altri, che calza benissimo anche al poeta palermitano: «Poeti […] che si salvano fuori della storia: della storia particolare, cronologica e letteraria, vogliamo dire, ma anche della storia tout court. Il loro luogo è la loro anima, la loro vita interiore». Come dire che la storia è una trama di eventi che va letta nel suo destino ultimo di catarsi metafisica. E dunque, se i fatti concreti: emigrazioni, guerre, disparità sociali, il sopravvento della realtà virtuale sono temi affrontati in alcuni testi di Al centro della piena, così come nelle raccolte precedenti, è vero che la postura di fronte ad essi è di carattere spirituale, rientrando in una visione soteriologica.
Per quanto riguarda l’architettura compositiva dei testi di quest’ultima raccolta di Nicola Romano, dominata da una postura interiore di fragilità e melanconia, appare di notevole interesse la pressoché costante presenza degli enunciati riflessivi nei versi conclusivi, probabilmente per un’esigenza di chiarificazione volta più a se stesso che ai lettori; al contrario di quanto avveniva nelle sillogi precedenti, in cui certe posture intellettuali, sostenute da immagini e lessico di alta raffinatezza compositiva, cadono “letteralmente” nelle clausole in termini e scorci di vita quotidiana (una minestrina a cena consumata con la consorte, un tir posteggiato sotto casa, un vecchietto che porta il suo contenitore pieno di urina in un laboratorio d’analisi), come a dire che il pensiero può volare in alto, ma che poi la realtà di tutti i giorni è ben più piccola e concreta e, fra l’altro, non senza coinvolgimento affettivo, poiché l’uomo Nicola Romano sa di essere legato ai suoi familiari ed amici, punti di riferimento irrinunciabili, sostanza ed esercizio d’amore pur fra cadute e imperfezioni.
Leggere la poesia di Nicola Romano significa anche sentire fluire una musicalità che non è però affatto semplice, essendo i testi che la compongono caratterizzati da un lessico raro o desueto (“tregenda”, “belluine”, “tenzone”, “calappi”, “iattura”, “clangore”, “antesi”, “bellore” e così via), e da quelle che Orazio chiamerebbe callidae iuncturae (quali: “giorni punzecchiati”, “un crudo scalpiccio”, “sangue di podere”, “sbrendoli di cielo”, “attese sdillabrate”, giusto per citarne alcune), e anche da neologismi di grande efficacia (come “sgalleria”, “tepora”, “sciacquoso”, “indormiente”), che mettono in rilievo come esse nascano da un fervore immaginativo, in cui percezioni sensoriali e vibrazioni emotive trovano un’espressione nuova ed originalissima che, dilatando la comprensione del reale, segna anche una novità che non può essere confusa con altri più comuni registri espressivi.
Lo stesso poeta dichiarò in un’intervista del 4 agosto del 2018, curata da Tiziana Mazzaglia e pubblicata su lecanoedelweb.it: «dopo circa quarant’anni di esercizio poetico mi sento sempre in “progress”, dal momento che non conoscendo (come ogni scrittore) i limiti oscuri della poesia, i tentativi proseguono da parte mia per cercare di forzare sempre più la parola, al fine d’immergermi possibilmente in quelle immagini e in quelle espressioni che abbiano a denotare un minimo avvicinamento alla vera poesia»,

Franca Alaimo


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