La distrazione che ci somiglia: nella lingua viva di Anna Carolina Falbo

C’è una lingua, nel libro di Anna Carolina Falbo, che non vuole piacere, non vuole convincere, non vuole “sistemare” niente. Una lingua che ti guarda di sbieco, come certe cose dette a bassa voce quando nessuno ha chiesto niente.
La distrazione che ci rende dissimili è così: un continuo avvicinarsi e sfuggire, un’orbita instabile in cui il senso non si offre mai tutto intero, ma lampeggia, scompare, ritorna storto, più vero.

Falbo scrive come si respira quando il respiro fa male: a strappi, trattenendo qualcosa che non si può dire davvero, ma che c’è e ti scava. La sua poesia è un corpo: pieno di scarti, memorie, irritazioni, piccoli abissi domestici, genealogie di donne e stanze. È un corpo che si muove tra ferocia e tenerezza, tra un lessico chirurgico e uno infantile, tra la ruga del dolore e la filastrocca che la consola per un secondo.

La distrazione, qui, non è superficialità: è sopravvivenza. È il modo in cui teniamo insieme i pezzi quando non vogliamo guardarli troppo da vicino.
Questa è una poesia che non accompagna il lettore: lo mette davanti a uno specchio appannato, dove qualcosa emerge e qualcosa si perde. Ma quello che resta – quello sì – ha un peso preciso, inconfondibile.

Salvatore Sblando


Col nostro senso della perdita

Tutto un contrattempo.
Decidere di incontrarsi e mantenere la distanza.
Distrarre il desiderio.
La piena retorica degli incontri.
Vengo dal passato o da un’anima che non consente volontà.
Infanzia delle azioni.
Retorica denudata.
Respirare è un compromesso.
Buffo muoversi,
siamo sempre guardati.
Occhi di rapace.
È questa la conoscenza?
Forse è di polvere di galassia la materia corporea pesante
che non decifro, perché è un prodigio e io no.
Un blu, un pianto, una fortissima purezza bambina.
Non si vorrebbe (mai) perdere l’immagine
così tante volte percepita.
Necessariamente amara nella posa del mio aspetto
a pazientare
per imperfezione di pianto.

Complicazione

C’è un certo disagio nell’orrore lampante che precede l’inchiostro.
Una complicazione in slabbrata impasse.
L’ansia di tempo.
L’affanno degli occhi,
che ci scappi di mano l’istante perplesso,
che è quando posso comprendere.
Non mi ritrovo nemmeno un pronome
per l’evidenza del sonno degli altri.
L’arroganza di me che sfinisce,
e sfinisce il sopruso
che è sottotitolo ad ogni particola
di tempo che arriva,
quando non c’è sogno di me,
incorrotta e riflessa.
Aspetto dunque la prossima replicazione,
ma per metafisica di variazione
mi concentro sullo sbuffo del caffè
alle ore 3.
E risento di maniera
a tener la bocca d’altri chiusa,
nel segreto del dispetto
che io sento nell’udire
il tuo sonno disconnesso
dalla veglia che si secca
nelle rughe dell’aspetto,
che è mio e non pretende
la chiave che lo sbalzi.

Il sonno con cui avvolgo
la cattiva mia intenzione:
di essere vegliata
ad occhi spalancati.


Ballata sull’esiguo

Impalcare lo stile
è ballata sull’esiguo.
Il nerbo dell’idea e il fiacco sillabario
non compongono quel vento
lontano dell’amore.
La ballata è su una idea del broccato del passato,
quando stavo nel giardino
del viavai delle signore.
Zie e cugine in patrilinea
a darmi un rammendo,
per operare la sutura tra visione e sentimento.
La sutura sull’esiguo
è tenzone d’utopia.
C’era un sogno sul davanti di un immobile castello:
rocce rosse, spiazzo a terra.
Il maglione resta zitto
sul tamburo del diaframma
e mi avvedo che non mi inganno
a guardarti respirare
nell’esiguo del momento.
La ballata sull’esiguo è il dolore del petto.
Linea retta e poi linee troppo gonfie,
e la snella mia sorella non aveva quella flemma.
Non mangiava mai ad esempio i dolcetti a colazione.
Fragrante passe-partout.
La ballata sull’esiguo è la bimba in filastrocca.
Lei mi sgrana un occhio osceno.

Io le conto la vergogna
e un frollino di silenzio.
Il cortile va a soqquadro per una fuga di ventre.
Fragrante Parma,
sola, nell’atrio rinsecchito
di uomini e di donne di granito.
L’odore del ragù
esacerba un bruttamore.
Un tumore di memoria
nel paese di mio padre
ti riporta al punto duro da cui muove la radice,
dove muore la radice.
Il quartiere danza.
Il ventre è di bambino.
Ed io allungo il dito
nel punto del tuo occhio.

Ho finito per farmi bastare

Ho finito per farmi bastare
gli alberi ai lati della strada.
Le fronde e le cose fuori sagoma.
Le corolle piene e la regolarità sistemica dei tronchi.
Il modo di cadenza dell’occhio a lato,
le periferie denuclearizzate.
All’inizio le parole erano nel dettato
del sisma elementare.
Stavano impilate
e io le estraevo.
Qualcuna ricorreva.
L’oggetto erano i mali del mondo,
o i tarli, i vizi capitali che erano come un elenco telefonico.
Le parole erano all’altezza della testa,
nel dettato semplice di una bambina
dislocata.
Le parole – nel rotacismo, greco o di chissà quale alchimia
della permissività –
si riempivano di permesso.
Mi accontentavano.
Erano in gola, nella cava gutturale
stipate,
livide di sangue.
Adesso le parole sono i tempi addossati,
il sonno ubriaco
dell’estate,
la resistenza,
il tempo, lo sforzo.

Ma queste non sono parole.
Ho imparato a farmi bastare
gli alberi fuori sagoma della strada,
la resistenza affidabile dei lampioni
che marcano la sperdizione,
permutando lo smarrimento con un lampo falso
di falso affidamento.
Bastano i fili di rame,
il contrario dell’inedia,
la misteriosa resistenza del saggiare
governi, reggenze, resistenze,
archi di ponte.
Le parole
non ci sono più.

Puntoeaccapo

Puntoeaccapo aspetta di sporgere quel tanto che basta
a formare ombra
gittata sul fianco.
Nel vicolo cieco la virgola approda
su un materasso,
perché l’aria è rapina, turbine, vento
lontana da ogni
tassonomia, quantuplicata.
Le significanti sillabe
sono crollate su sé stesse,
per non essersi mai genuflesse
− (una sillaba flessa è trista ironia) –
al dettato assuefatto del vuoto dovere.
Puntoeaccapo non sa
trovare un mestiere
fuori dall’aria
e desidera il santo
che, se lo vuoi, poi si manifesta …
Ma non in particola
o in forma di devozione.
Il santo è l’altro accasato,
l’alterità domata,
lo spazio da fare all’ospite
che son io per me stessa.
Puntoeaccapo interrompe dettati e doveri,
lezioni in aula e interessi a persone.
Compie un’opera di silente setaccio,
e trova uguaglianza
in corteccia blandita
da resina tossica.
Puntoeaccapo diverge.
Non sa quale altro comportamento avere
nell’alfabeto degli Agognati Mestieri.
Santa o puttana, celebre o negletta,
dorme in un’oasi
di esclamativi avvampati,
sotto a una pertica
di miti sfatati.
Tanti puntini … susseguono il miraggio,
Puntoeaccapo sa che ci vuole tanto coraggio,
a muoversi così,
come senza dettato.


Carolina Anna Falbo nasce a Torino. Si laurea in Lettere con lode a Pisa. Si specializza in Demoetnoantropologia a Roma e prende un Master in Editoria a Milano. Da quando è bambina, le dicono che “scrive bene”. Finisce per crederci. Crescendo, vede che la scrittura ha una forza liberante e imprigionante nello stesso tempo. La distrazione che ci rende dissimili è la sua prima raccolta poetica.


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