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Scrivere poesia per me è come tradurre la realtà circostante che “a occhio nudo” non si afferra. Sono tante le domande che mi pongo quotidianamente, a molte trovo le risposte, ad altre mi assale il senso dell’infinito e ho bisogno di materializzare il silenzio intorno attraverso la parola. Materializzare il silenzio e condividerlo. Come ho sempre cercato di spiegare, la mia poesia si trova nello sterno, tra il cuore e la punta dello stomaco; molto probabilmente all’interno di me c’è un equilibrio, altrimenti non trovo spiegazione alla naturalezza dei miei versi, cioè al loro modo di partorirsi spontaneamente, creando però delle piccole crepe sulla pelle: partorita la poesia, forse l’equilibrio svanisce e fuoriesce il vero senso della nostra esistenza, la poesia mi dà un’etica, mi dà anche un corpo nuovo di volta in volta. Come ho scritto per Fabrizio Centofanti, la poesia è un contrasto. La poesia è un contrasto tra armonia e caos, madre della mia verità, è un po’ come quel polemos introdotto da Platone, ossia l’azione volta a portare alla luce il contrasto e la discussione sull’archegos (ciò che è all’origine di tutto). Il mio polemos, padre di tutte le cose è la poesia. Una poesia che mi parla da dentro, una voce muta e a cui dono la mia stessa voce, contrasto e armonia fanno di me una persona in continuo divenire, sono grata alla poesia, sono fango modellabile dalla mia stessa anima.

Se hai rivolto a noi gli occhi tuoi misericordiosi madre
non capisco perché non hai allungato le braccia
tu che distendi il manto di stelle sulla testa
e non pensi che nascondendoci
fai tremare soltanto gli occhi.
Aprici come piccoli sepolcri pronti a rinascere
allattaci con miele e latte genuino.
Non voglio essere indifferente al bambino
con la tavola senza bicchiere,
madre, madre santa
questa non è una preghiera
è il grido di una madre
che vorrebbe allattare il mondo
ma il mio latte non è santo
e la mia poesia non è vangelo.

*

C’è sempre un vuoto
che si riempie di luce
tra due bocche
nel momento del bacio.

*

Io non ci sono
non so dove ho lasciato la pelle.
Dovrei rotolare in orizzontale
per riavvolgermi tutta intera
ma perderei la meraviglia
di alzare lo sguardo
o di lasciare l’occhio spalancato
sul ramo con le albicocche.
Devo mettermi in verticale
tessere una pelle compatta
adattarla alle nuove ossa
ricamare sopra il silenzio di una coccola
che sale dall’indice alla spalla.
Forse ho lasciato la pelle
nelle parole difettose
graffianti sulle braccia
sul dorso, sulle cosce
arrivate fin sotto la pianta del piede.

Io sono là, proprio là
in quelle parole difettose
che non hanno regalato più
un giorno alla notte.


Raffaella Rossi vive in provincia di Avellino dove svolge la professione di insegnante. Poeta e articolista freelance, si occupa anche di poesia visiva, ponendo l’attenzione su forme di comunicazioni verbali, accompagnate da forme visive. Il messaggio poetico è sviluppato facendo convergere al segno grafico altri tipi di segni, mettendo l’accento proprio sulla semanticità di questi ultimi. Epidermide rara è la sua ultima pubblicazione, edita presso Eretica Edizione. La silloge raccoglie poesie dedicate all’amore: amore come essenza, condivisione, accettazione dell’invisibile, rarità ma anche ustione, cicatrice e taglio profondo. È in uscita una prossima silloge di poesie.


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