*
quale voce potrà tenerci interi a corda vuota scossa dal
vivo l’intonazione distorta sempreviva abbracci di quinta
la parte scordata dissolta tra le ossa la musica profana
della specie nell’esodo del sangue il torto un’ombra felice
a scavo di tu residui di lutto un errore di battitura nel
batticuore della terra traduci labbra all’imbratto a smarrire
elemosine di muse tra le contraddizioni una traccia di buio
invece contesa alla realtà oppure per difetto guarire la luce
*
in levare non è corpo
e i corpi anche se spinti indietro respinti tra le braccia
bagnate quando la morte è un ricordo
resina d’ombra fino
ad essere seme solstizio impronunciato
tutto l’altro che siamo
.
nel tempo debole
quotidiano neppure il vizio a fondale una parola
potrebbe e ciascun brandello
forse un vólto un presagio interminato
in un battito in levare cambia
cuore come qualcosa
che esiste
*
alla voce non basta
il suo fiorire quante volte ci dà pensiero
che abbia indossato
la nostra pelle gli abiti l’altrove
gli inferni dispersi in ogni dove
tocca il fondo nel suo malinteso
a fondo impone cesure
esodi di pietà l’essere fatti a lacuna
per una giornata in
tumulto nessuna semplifica il buio
calunniato più di una vocazione
lungo il volo rasoterra delle notti
su cui spiaggia
la confidenza con la morte
non c’è voce non
più sorgere in basso ostinato
sull’orlo
del mattino un primo piano
nei bassifondi a scavo
ogni vertigine a ripasso
ogni febbre che inceppa
l’incuria per altro dire
altro tremore masticato fino in fondo
tra le impronte
lasciate prima di posare il passo
*
come è potuto accadere che ci siano cose
cui non abbiamo dato voce
mattini frulli silenzi senza preavviso
secoli al disamore che trattieni
tra le connessioni sulla tovaglia stesa
tra i visi e i respiri di fuoco
– sembra cosa da poco in controvoce scuote
gli antefatti acerbi –
più o meno a vista e strascico sulla scena
a riunire simulacri
sposta il campo visivo dal suo autografo
d’alba espropria il nulla
epoche native fuochi fatui non ha eco
anche se una parola poterebbe e ciascun
corpo un presagio lo stesso
mai concluso – la storia su
cui rimbalza il suo abuso – l’infedeltà
della specie non ha cuore a finire
*
è il corpo che legge che naufraga ovunque nei fogli
dell’umanità fuori pagina fuori misura il sogno minerale
l’amnesia una sutura ai cigli delle strade senza riuscire a
toccare con mano l’ombra dei giardini sottopelle febbre e
pane lasciati su gradino senza smarrire tutte le apocalissi
private tra gli infissi del mattino tutta la tenerezza a portata
di mano la voce oltre l’orizzonte nel buio espugnato della
sera epifania di moltitudini a saldo di estinzione a
respirarne il lato ferino un assolo di grido a percussione
niente a inchiostrare di sangue ogni assenza sbadata
quanto meno uno stato di emergenza a provare che la
parola è un destino una materia scorticata di luce qui dove
l’universo è solo.
*
Laura Caccia, Le voci insorte (à rebours), Book Editore, 2024

Laura Caccia è nata a Varallo Sesia nel 1954, vive a Borgosesia (Vc). Laureata in filosofia presso l’Università agli studi di Torino, con una tesi di estetica, relatore Prof. Gianni Vattimo, segue il laboratorio d’arte di Varallo Sesia con il Maestro Lino Tosi e si dedica per diversi anni alla pittura. Il passaggio alla poesia avviene con Asintoti (Opera prima, Anterem – Cierre grafica, 2004). Nel 2012 si aggiudica il Premio “Lorenzo Montano” per la raccolta inedita con D’altro canto (Anterem edizioni, 2012). Per Book Editore pubblica le sillogi La terza pagina (2023) e Le voci insorte (à rebours) (2024). Fa parte del Comitato di lettura di Anterem Edizioni, con la direzione di Ranieri Teti, e della giuria del Premio di poesia e prosa “Lorenzo Montano”. È nella redazione della rivista “Osiris”, diretta da Andrea e Robert Moorhead, con sede a Greenfield, Massachusetts, USA.
Foto di Ramona Paraiala
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