*
I
Qualcosa di impreciso ci ferma
lungo il ritorno a casa.
Una scritta sul muro che ieri non c’era,
due che si stanno urtando più in là
o i resti di un cestino, rivoltato forse
alla ricerca di scarti di cibo. Tutto è già lì
prima di noi, ma solo ora morde lo stomaco
come un crampo che non accenna a diminuire.
Ammettiamolo allora che esitiamo
nell’ultimo passo che ci manca
quello che pretende una scelta
e che sappiamo essere già da ora
il più breve e difficile.
*
III
Sono passate due ombre fragili di fronte
a questa finestra, più lunghe sul muro.
Di qua, qualcosa esita e ripete
di stanza in stanza la pausa di chi resta
tra un respiro corto
e i rumori del legno che si assesta per le scale.
Qui, qui è lontano se tu non ci sei.
E dico questo tra me che muto
parlo dentro di me, con voce
non mia, voce sola quasi di un altro
se esce da questa gola dura e secca.
E intanto immobile provo lo spazio vuoto
tra le pareti e le parole. Provo.
Ma qui ora è lontano e difficile da dire.
*
IV
Ora non basta stare così, nella posa dell’olio.
Qui non basta provare intenzioni e parole
nei gesti vuoti di un altro.
Non ci sono più le cose di casa ora, l’interno
da preservare con cura come ci hanno insegnato,
l’angolo di polvere dove la scopa non arriva.
Ma solo nomi e prove di nomi
detti piano per un domani.
E forse per ora questo è tutto. E se non basta
è tutto quello che sono, è tutto quello che posso.
*
IX
Come in certi quadri sullo sfondo o agli angoli.
È lì che accadono per davvero le cose.
Lì la storia trascina la sua coda
caduta quasi come un ostacolo per uomini
distanti che non se ne accorgono e vanno
– così anche gli adolescenti
allegri che intravedi per strada
ora che è estate – vanno leggeri
dentro il paesaggio e appena dietro
le spalle dei santi. Volti sgranati
che vorrei provare a raggiungere
o forse riuscire a chiamare
anche solo per una volta fratelli.
Ma no, non è davvero così.
Lo so io e lo sai anche tu. Noi
non abbiamo un passato da testimoniare
solo frammenti di frammenti di altri.
*
XII
solchi III
Ora prova tu. Sbaglia. Prova la presa sul manico:
la mano forte ferma davanti, l’altra dietro mo-
bile e libera sul contraccolpo. Non a parole, me
lo hai insegnato a gesti, dal sudore, dal ruvido
dei palmi. Così si traccia un solco: con posizione
misurata e il primo colpo di zappa che a fil di
spago taglia una direzione da seguire.
*
Jacopo Mecca, solchi, Fallone Editore, 2021

Jacopo Mecca è nato nel 1992 a Torino, dove vive. È laureato in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Torino. Insegna Lettere nelle scuole secondarie del torinese. Sue poesie sono apparse su “Atelier” e “Poetarum Silva”. È presente nell’antologia Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta (Ladolfi, 2019). Solchi (Fallone Editore, 2021) è la sua opera prima.
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