I luoghi peggiori della poesia in realtà sono la poesia. / Non appena la vita irrompe nella poesia, i versi, anche senza l’intervento dell’autore, diventano poesia”.
Izet Sarajlic

Leggo quotidianamente i versi di Elena Milani sul taccuino del suo profilo facebook.
Il suo linguaggio sceglie quasi sempre un registro medio; è elegante, senza sbrecciature, lontano da eccessi espressivi. L’esigenza principale della poetessa è nominare con precisione ogni aspetto della materia vivente e non vivente, ogni piega di ciò che maneggia, degli odori, dei sapori, degli affetti, di oggetti d’uso quotidiano con tutto l’apparato delle smarginature di ferite, delle inquietudini, delle spensieratezze. La sua cassetta degli attrezzi è ben fornita, e solo quando occorre, senza alcuna forzatura, adopera lemmi ricercati: “Il diario segreto / ha raccolto tutto il coraggio / che una poesia non può […] / tiene in ordine le saette foriere di temporali,”. Non rinuncia neppure, seppur di rado, a parole che designano oggetti d’uso comune: “Mi parli da dietro ai vetri, / il riflesso del lampadario / ti illumina la fronte / e piove se ancora non bastasse, / sei fradicio ed immobile /anche quando cambio stanza, / a volte quando torno / sei uno spray sui vetri puliti.” O ancora: “Quindi se tutto passa / come carne in un freezer spento, / forse valgono i dodici capitoli / del Qoelet, / parentesi pessimistica / del capolavoro della creazione”.

Nella sua officina, molto del materiale fuso e forgiato ad alta temperatura proviene dai suoi affetti, dalla cosmogonia del nucleo familiare stretto (i due figli, suo marito) che include anche i gatti, la casa. Una lettera d’amore a suo nipote viene scritta senza dimenticare di includervi le coordinate spazio-temporali della memoria, con il corredo di segni impressi sul suo corpo dalla nonna quasi come marchi d’amore: ”Oggi il mio bimbo / si è ricordato delle / mattonelle esagonali rosse, / erano della sua prima casa / da zero a due anni. / Oggi ci siamo ricordati /che /quindici anni fa / era un tempo felice, / lui giocava con la mia catenina / e nelle gengive/ ha ancora le impronte delle mie dita”. Una particolare energia introspettiva veste le poesie dedicate alla madre e al padre, entrambi scomparsi: “Chi ha avuto una mamma come la mia / ha avuto una nave scuola / i sì e i no, / netti, / la rotta sulla mappa, / il contrordine come allenamento, /un tesoro impossibile, / la vela contraria al timone di Eolo, / una bandiera pirata come spauracchio, / sulla zattera naufraghi a scelta, / fingersi morti per giungere a riva”. E sul padre: “Padre, che altissima parola. / San Giuseppe remissivo / costruiva sgabelli ai piedi del trono / e mi parve un modello impareggiabile / ed allora è difficile per me / mettere a sua misura / qualsiasi uomo.”

Si staglia fra le figure familiari perdute la figura “mitologica” di nonna Elena. La Milani non teme di smarrirsi sulla soglia, sulla linea che separa e unisce la consistenza delle cose con l’atmosfera di un realismo magico, quasi sudamericano: “lei, col fazzoletto bianco in mano, / il rosario nascosto nella tasca / non si vede, ma io so che c’è / e so cosa guarda / mentre cerca di mostrare attenzione, / lei vede i Santi che fan la Comunione / e a Ferragosto, / fra il galletto arrosto e il gran da fare, / prega la Madonna, / la vede levitare.”

In questo altro testo la Milani, per comunicare il sentimento di una dolorosa assenza, chiama a raccolta e anima gli abitanti, non tutti viventi, della casa. Stila un elenco di oggetti, di piante, di insetti che non fanno il loro dovere, che hanno smarrito la carica rassicurante di una prevedibilità ordinaria, tanto voluta e ricercata “L’acqua della tua voce chiusa nel tubo / la pedana piena di spighe senza accoglienza / il cibo straripante nella ciotola, rinsecchito, /senza l’odore del gesto quotidiano / persino la rosa, nel credere un ritorno / è  rimasta impigliata nella rete, / guardava fuori con le spine negli occhi”; e ancora: “un’asciutta malinconia ha capovolto il vaso, / soffocato la calendula / e le formiche hanno deviato la fila / senza briciole.” La poetessa procede così, da un microcosmo a un macrocosmo; come in un’altra poesia: “Nella mia cucina si setacciano farine, / sulle lame dei coltelli briciole di carota / mentre la scatola nera/pronuncia parole / che fanno sanguinare le orecchie […]. “Seduti sulle sedie al sole / si passano in rassegna i rosmarini, / si gioca ad indovinare fra il timo e l’origano, /si cura il lievito, passandolo di mano in mano / fino al suo risveglio, / oh eccola la creatura che viene a noi / col pane nelle mani, / lei già pronta, / mentre noi preparavamo le cose.”

Una delle poesie che preferisco richiama la storia di un secolo e più, sprofonda nelle radici contadine dell’Emilia; procede oltre il manierismo distaccato e idealizzato di un dagherrotipo, si tuffa nella materia e si contamina. La subitaneità che la contraddistingue non le permette di trasmutare in narrazione: è un corpo vivo che ci cade davanti: da decifrare. Siamo indotti a dover ricreare la storia rimasta in penombra, che sgocciola dalle parole: “I miei nonni tutti / ebbero a che fare col sangue, / il coniglio penzolava con le scarpette di pelo, / le guerre / i parti sulle lenzuola di canapa, / un’altra guerra, / il benessere nella budella gentile del maiale.” Riusciamo a percepire, leggendo, la ruvidezza della tela di canapa, vediamo i fluidi ematici di un parto legati a filo doppio a quelli degli animali sgozzati e scuoiati per l’approvvigionamento e degli uomini feriti o uccisi in guerra; e possiamo trarre dal testo, finanche, un dato antropologico.

Elena Milani ha cominciato a pubblicare quasi quotidianamente le sue poesie sul suo profilo facebook a partire dal 2014. Il suo raffinato esercizio poetico le ha permesso di intrecciare rapporti virtuosi con scritture affini. Alcuni suoi inediti sono stati pubblicati nel numero 5 di “Circolare Poesia” a cura di Mattia Cattaneo, nel blog letterario “almerighi amArgine come sempre” di Flavio Amerighi, sul gruppo “L’irregolare. Voci, poesie, insubordinazioni” a cura di David La Mantia.
Vive in provincia di Bologna, a Grizzana Morandi con la sua famiglia.


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