
“Tutto quello che valichi e rimuovi
tutto quello che lambisci e poi nascondi,
tutto quello che è; stato e ancora è, tutto quello che cancellerai in un colpo
di sera, di mattina, d’inverno, d’estate o a primavera
o sugli spenti prati autunnali – tutto resterà sempre con me.”
Iosif Brodskij, “Verso il mare della dimenticanza”
Due, e collegati fra di loro, gli aspetti fra i tanti che amo della poesia di Iole Troccoli. Apprezzo molto come l’autrice governa la percezione del tempo, e l’uso dirompentemente creativo che fa del linguaggio. Molte delle sue liriche abitano in uno spazio lontano dal quotidiano, anche quando è intenta ad indicarci oggetti d’uso comune, o descrive situazioni in cui tutti potremmo riconoscerci. Leggendola, ci sottoponiamo a un continuo slittamento, a un arrotondamento del senso, che ci innalza a una percezione più ampia delle cose.
Iole Troccoli afferra con delicatezza contenuti, paesaggi, cose, creature animali e non, e li porta con sé, illuminandoli. La sua scrittura, inoltre, non è mai puramente estetizzante, non è un divertissement.
Iole Troccoli si serve a tratti di immagini surreali: “E se avessi un giardino tra le braccia mi vedresti? / Se camminassi al contrario / sull’errore di un marciapiede troppo alto / verresti in mio soccorso / mi solleveresti il braccio / tenendo un equilibrio improvviso?”. In un’altra lirica: “Non c’è via di fuga ma spesso mi rilasso / tra le onde che crei sospirandomi addosso. “
Nei versi: “Nessuno ormai mi vede / mai più si apre una finestra / che non sia per un errore di vento smemorato / però io ancora vorrei con queste dita / dare una forma all’erba che si muove. Nuova.”
Produce un effetto straniante con l’ abile prelievo di termini appartenenti a contesti semantici diversi, lontani: “mare onnipresente”; “piatti vuoti come volti.” Oppure qui: “ll vento era una coda fragile / che sferruzzava tra le corde lunghe dei capelli”.
L’essenza del pensiero magico è trovare un’anima nelle cose. D’altronde scrive Nietzsche nel testo “Su verità e menzogna in senso extramorale”: «quando ogni albero può avere l’occasione di parlare, nascondendo una ninfa». Iole Troccoli, tramite l’uso della metafora attiva la sua capacità simbolica e mitopoietica, anima l’inanimato: “La sera brucia il suo piccolo rogo di legno”. Oppure: “Prima di iniziare il viaggio / è utile un album di foto vecchie / in bianco e nero / leggermente semoventi / che procurino compagnia / salutando a ogni curva.”
In una delle sue poesie più intense, “Fuori dal temporale” – in cui descrive un paesaggio che potrebbe situarsi in qualsiasi epoca della storia – l’umanizzazione della materia immota è radicale e raggiunge un’alta temperatura poetica: “Si barricavano / piantate nella neve: erano case / erano uomini, bambini, donne / vecchi dimenticati sotto gli altari delle chiese /. Il fumo aveva colorato gli occhi uguali / non c’era bianco nella neve che potesse smaltire / quel grigio premuto tutto dentro. / Faceva freddo nel corpo / nei mattoni / e nelle pietre intorno, rade e declinanti / verso quello che un tempo fu un giardino / con brulichio di voci intorno / salite a misurarsi con il cielo.” La similitudine dettata dal “come” si scioglie gradualmente in una personalizzazione totale; le abitazioni si trasfigurano, diventano creature, dotate di un apparato respiratorio: “Le case, come le facce dei bambini, smunte / e senza le tegole del tetto / si affannavano in un respiro che non aveva requie, o quiete.”
La poetessa personifica anche la notte, protagonista della chiusa; le fa acquisire la capacità quasi felina di spostarsi nello spazio: “All’alba tutti fuori per vedere se resisteva ancora un lascito / di pioggia, oltre la fissità perversa della neve, a mucchi / come covoni di un grano d’oro ormai perduto nella notte / scesa sotto le falde del silenzio, di soppiatto.”
Iole Troccoli non si limita a dare vita a ciò che immoto, procede anche al contrario; in questo altro testo sono gli esseri umani a immergersi negli elementi della natura, chiamati a fondersi con essi “Parliamo della terra, invece. /Accomodiamoci /dentro un paesaggio / anche soltanto immaginato /e pensiamo di avere occhi verdi / naso verde bocca verde / pensiamo a noi come piante / che ci pieghiamo al vento. ” L’autrice chiarisce la sua visione etica nella conclusione della lirica: “Rendiamo ancora fertile / il paese immenso che ci ospita / in equilibrio su un dito di universo.”
Quasi sempre la poetessa sceglie di non tracciare la sua autobiografia, se non per indizi e segni. In questa poesia segnata anaforicamente dalla parola “torni”, solo grazie a dati extra – testuali potremmo intuire sia rivolta al ricordo dell’amata sorella scomparsa: “In questo mese / Quando è ottobre / torni / in questo mese che assomiglia / a niente e a nessuno /torni negli angoli bassi /tra acquerelli di vento /sull’isola del crepuscolo / sorpresa / da una vegetazione di ninfe / che danzano.”
La poetica di Iole Troccoli attraversa diversi stili, cambia registro, muta negli anni. A volte l’autrice mostra lacerti del suo quotidiano, intimo e piano: “ma io stamani volevo dirlo a te / quanto mi sento meglio / dirlo e ascoltarti quando ridi”. Ma anche in questo caso non rinuncia a un finale più ampio, usando una cinepresa poetica che dopo aver ripreso da vicino, a figura intera, gli attori, si allontana riprendendo in campo lungo, dall’alto “Ed è quel dopo che resta appeso sulla soglia / e che mi guarda dritto / planando sulle rose che avevi sparso / nel giardino, piccole e sontuose / quelle sì, davvero, rifiorite al cuore / di questi anni vuoti, senza. “
Una delle ultime poesie dedicate alla madre raccoglie e fonde componenti di poetiche differenti della sua tavolozza delle possibilità. L’antitesi eloquente fra lo schizzo come in carboncino del corpo della madre che le sta davanti, nel suo novantesimo “Ti sei fatta piccola, magra” contrapposto alla sua percezione della madre nel passato “sembravi a me paffuta e bruna / un silo biondo altissimo” . Grande, piccola; le dimensioni del materno variano, come accade nel mondo nonsense di “Alice nel paese delle Meraviglie” di Carroll, se anche le piante di cui si prende cura sembrano non conservare misure ordinarie, sotto il suo tocco: ”col tuo amore per le piante / che crescono, a dismisura /nel fazzoletto di giardino.”
L’alone mitico della sua essenza viene rimarcato ancora: “Eri una regina dei ghiacci / quella della fiaba / che mette un po’ paura”. E forse sua madre regina dei ghiacci lo è ancora, se “i novant’anni si infilano nei capelli / negli occhi, tra i denti rimasti / come vento di neve.”
La chiusa, straordinaria, sembra retroattivamente infiammare la poesia appena conclusa di ulteriore senso – visto che siamo a conoscenza del fatto che la madre sia ancora vivente: “Io ti ho cercata per anni, mamma, lo sai?.”
Iole Troccoli è nata e vive a Firenze, scrive poesie da quando aveva 9 anni
Suoi racconti e poesie sono presenti in varie antologie, edite da Liberodiscrivere, Giulio Perrone Editore, l’Erudita e altre case editrici.
Con Fara Editore pubblica nel 2015 la raccolta di poesie “Pelle di donna” all’interno dell’antologia “Emozioni in marcia”.
Con Lineadaria Editore pubblica nel 2018 la silloge poetica “Torneremo agli alberi”.
Nel 2019 pubblica il romanzo breve autobiografico “La notte delle stelle” edito da Scatole Parlanti.
Dirige “Il Salotto”, supplemento letterario online con cadenza bimestrale della rivista “L’Italia, l’Uomo, l’Ambiente” .
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