La macchina da cucire. Per cucire il dolore. O ricucire qualcosa che ormai è andato irrimediabilmente strappato, cercando di salvare quel poco di bene che rimane. Sempre secondo la lezione di Angelus Novus di Walter Benjamin. Un libro impegnato, engagè questo del poeta Ricci. Che ripercorre i passi di un conflitto che si protrae dal fronte alle nostre casa.
La guerra è di tutti. Non per tutti. Sostenere una felicità caduta, caduca. Alzarsi ogni mattina, cercando una freschezza, quel ricordo del costruiamo quotidiano. Mentre tutto sta cadendo a pezzi “come un vecchio presepe” cantava Lucio Dalla. E parlarne in poesia, pare ancora più difficile. Tanto è inutile direbbe qualcuno. Per via del cronos, della cronaca che tutto si mangia. Si tratta anche di dimensioni temporali. La poesia si sa, se di buona fattura, non partecipa al tempo, o ai suoi limiti. Ed il poeta Ricci sa condurci in questo viaggio, nelle viscere di questo avello chiamato contemporaneità. Dove tutto trema, non solo la terra, ma anche il soffitto di casa. Oppure lo stesso panorama. La silloge è costruita secondo un incedere, un avanzare. Dalla vita alla morte che si palesa nella vita stessa. Quasi si percepisce la rinuncia di quell’aurea serena di gioia. E grazie a delle immagini peculiari della sua scrittura, e a dei versi di pregevole trovata, appoggiati ad un buon utilizzo della forma, il libro mostra tutto l’aspetto della sua ottima artigianalità, di scrittura e riscrittura. Un bel lavoro. Onesto e coraggioso. Grazie.

Sebastiano Adernò


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