
Argine degli angeli di Fabio Valdinoci è un libro che lavora sulla soglia. Non offre riparo, non costruisce un dentro e un fuori: espone. Come scrive Claudio Fiorentini nella nota introduttiva, qui la poesia non sta nei versi ma nello “stupore che esplode dentro” e che apre a un futuro “che arriva sempre. Ed è vergine”. È una dichiarazione di responsabilità, non un invito gentile.
L’argine, in questa silloge, non trattiene ma si consuma. È una linea fragile, valicabile, dove il corpo perde consistenza e la lingua rinuncia a spiegare. Valdinoci scrive una poesia fisica, ma mai pacificata: il corpo è rotta, contrappeso, superficie in disuso; l’angelo non salva, accompagna. Come ricorda Fiorentini, se lo stupore non si produce “non c’è poesia, ma solo poetica”. Qui lo stupore passa attraverso l’attrito, il vuoto, il silenzio che lavora.
La lingua è scabra, esposta, più attenta allo scarto che alla compiutezza. I tre movimenti del libro – Argine valicabile, Il risveglio, Nel regno dei vivi – non disegnano un percorso risolutivo, ma una variazione di stato, un processo. La poesia, per usare ancora le parole di Fiorentini, va “respirata, pausata, ritmata”, come un atto biologico prima che simbolico.
Non c’è consolazione in Argine degli angeli. C’è piuttosto quella condizione che Fiorentini definisce “vuoto”, lo stesso vuoto del garrire delle rondini: non assenza, ma spazio aperto. Alla fine resta solo un gesto minimo, necessario: un passo breve, incolume. Non una risposta, ma una continuità possibile.
Salvatore Sblando
oblivio convesso ci osserva
perdere consistenza
nella fame enterica dove
si concimano
miniere in disuso
*Giona
tira fuori l’angelo dalla tasca
calpestato dal presentimento
siamo nati corpi
in emergenza transitoria*
il contatto della parola
pronunciata cerca l’innesto
con lo spazio tra i denti
sul palato
siamo opere incompiute
accostate a croci di gelso
e nel moto perpetuo
disabitiamo i dispersi
è il primo passo incolume
che ci conduce a una dimensione
breve
siamo argini richiamati in terra
Fabio Valdinoci (1973) vive a Ravenna dove lavora come docente e consulente nel campo dell’Information Technology. Ha pubblicato le raccolte di poesie Parole abortite (Edizioni Progetto Cultura, 2023) e Poesie in itinere (Impremix Edizioni, 2024). Nel 2023 all’ XI Premio Alda Merini (Accademia dei Bronzi) ha ricevuto un riconoscimento e nel 2024 si è classificato primo nella sezione Poeti Ravennati al premio Giordano Mazzavillani con una giuria presieduta dal poeta Nevio Spadoni con una silloge in dialetto romagnolo. L’attività poetica di Valdinoci si divide quindi tra la poesia in lingua e quella dialettale. Nel 2025 ha partecipato ad un cantiere poetico condotto da Franca Mancinelli presso il Teatro Valdoca di Mariangela Gualtieri.
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