
dalla prefazione di Silvia Rosa
Nella sua silloge d’esordio, Il sapore ferroso dell’abbandono, Patrizia Camedda traccia, attraverso un linguaggio immaginifico dalla forte connotazione sensoriale, un itinerario lirico teso a indagare la topografia dello sradicamento, l’inciampo nelle lacune di senso e l’affaccio della possibile rinascita di un’umanità in crisi, a cui l’Io poetico presta voce e guardo, che si muove in una geografia dei luoghi e dell’anima dalle fattezze inospitali e distopiche. In questo mondo riassunto in fotogrammi cupi di periferie industriali abbandonate si aspre però un varco luminoso, a ricordare che anche dove tutto sembra morire, qualcosa verdeggia ‹‹al margine dell’ombra›› … La periferia postmoderna in queste poesie assurge al ruolo di personaggio co-protagonista, diventando il correlativo oggettivo di una paralisi esistenziale … La cifra stilistica di queste poesie è racchiusa nella sintesi equilibrata tra rigore formale e vivace espressività depurata da compiacimenti estetizzanti, che si traduce nella crudezza e nella musicalità del dettato (simile al rumore di fondo della città), ma anche in una ricerca costante di matericità e consistenza sensoriale. Camedda rende sensibile il freddo sulle dita, il sapore di ferro e di sale, il rumore delle suole infangate, l’odore di gomma bruciata; persino l’esperienza dell’assenza viene resa commestibile o tattile … una scrittura terapeutica, che accompagna chi legge in un processo di ricognizione emotiva e consapevolezza, nel quale risuona cristallino l’invito a generare nuovi inizi ‹‹stringendo tra le mani/ una speranza minuta/ fragile come grano acerbo››.
Un sole acrobata guizza
tra i rami odore di gelsomino.
Sulla strada polverosa
non sibila la rosa dei venti
mi abbuia il silenzio puntiforme
il manto è più nero
e pece ribollente fluisce
da mura merlate. Ho gambe di marmo.
*
Sulle dita
il freddo non scrive più.
L’aria ha il sapore
di nebbia e assenza.
Anna parla
e la luce si curva
intorno alla sua voce.
Nella stanza
nessuna stagione esiste
dopo la pioggia
ho contato le gocce
fino a svuotare i pensieri.
Ora l’aria ha il sapore di ferro lavato.
*
Notti che sfuggono
opache come il vetro sporco
di una finestra mai aperta.
La città in silenzio accoglie
esistenze frante
un teatro di rumori
che nessuno vuole ascoltare.
Io mi lascio cadere
nel silenzio delle ore vuote
dove il dolore è più chiaro
più onesto
e forse persino necessario.
*
C’è un odore acre nell’aria
di gomma bruciata e rimpianti.
Cammino senza tregua
su marciapiedi che raccontano
di storie non mie
ma che pesano ugualmente.
*
Non è successo niente di preciso
nessuna svolta
nessuna divina illuminazione
capace di tenere tutto insieme
ho solo smesso
a un certo punto
di cercare il momento esatto
in cui si è aperta la frattura
non serviva più.
Una coppia di merli ha nidificato
nel giardino condominiale
non lo so spiegare
non è felicità
è che adesso quando cade qualcosa
non cade tutto e qualcosa resta vivo.
Patrizia Camedda è nata a Torino (1968) e vive a Settimo Torinese. Psicologa, psicoterapeuta, psicologa scolastica, progettista sociale, formatrice si occupa di teatro sociale come attrice non professionista, conduttrice di laboratori di teatro come terapia complementare. Scrive poesie come atto curativo, voce di comunità e impegno sociale, atto auto-curativo e trasformativo in istituti penali. Ha svolto attività giornalistica per periodici locali e ha partecipato all’organizzazione di numerosi eventi culturali. Fa parte del direttivo dell’Associazione Culturale “Periferia Letteraria” di Torino.
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