*

Che il tempo non esiste ma la memoria
all’improvviso riporta la durata, che resta
come gli istanti infiniti del Paradiso
che si affaccia nei sorrisi del pre-viaggio.

Dev’essere questo tuo lunghissimo silenzio
o l’aria, che riporta ogni tuo abbraccio in un odore.
Tu esisti sempre. Questione di cercare
il finestrino d’aeroplano da cui ancora ci guardiamo.

Ma è insostenibile accettare
che il nostro amore
se lo porta sempre via la morte.

*

È un canto di dimenticanza lo sguardo di chi resta.
Si varca la soglia dell’oblio per sopportare la durata.
Che non esiste dimenticanza se non per pochi
fugaci attimi di lontananza o sola assenza del corpo.
Un corpo custode di storia, di gloria, che ha
    memoria,
una memoria così esatta del dolore, così
    inequivocabile,
che nella gioia del sole lo trafigge un passerotto e
    piange
una leggerezza in volo. Si fa vortice, taglia l’aria e
    cade.

*

La scala di radici che collega il mare al cielo,
in pineta a Baia dei Turchi, ci ricorda
come difficile è la dissolvenza delle origini
– che riemergono dal tempo quando il vento
scava via ciò che non è essenzialmente radicato.
Come l’incontro col passato nella festa del paese:
un respiro trattenuto, lo sguardo che si volta
per non vedere intatto quel sorriso
che torna ancora uguale a ribaltare la storia.
Così il tempo riporta sempre a casa.

*

Taranto ha un dolore per le strade che si tengono
strette con i ponteggi in ferro
da settant’anni in lotta per reggere la storia.

Lei scorre in tini d’acqua calanti dal balcone
in un pianto di bambini che scrutano i passanti
mentre giocano a pallone in calzoncini corti.

La decadenza sorride con le ginocchia sbucciate.
È un paniere di segreti che scende la ringhiera
pescando ad occhi chiusi in questo mare-porto.

Le ciminiere all’orizzonte fumano e non guardano
anche nell’ora della siesta, quando ancora le città
sono in potere dei gatti – padroni veri del sole.

Tralicci come cipressi affilano il cielo del cimitero
e le pale corrono al vento come il cane nel grano,
nel teatro abbandonato tra gli ulivi infuocati.

Le civiltà sommerse bruciano le radici che non vedi:
brucia il tempo affondato che chiami dimenticanza,
le ombre che calpesti nel brusio che fanno gli occhi.

*

I

La prima salita al labirinto fu al tramonto
e molto era il ricordo delle case,
dei rifugi negli incontri coi passanti.

La prima volta fu per caso e in corsa
che arrivai alla plaza con la più forte convinzione
di non lasciarmi intrappolare in questo bianco,
in questo eterno che confonde la vista e i volti
dalle loro direzioni. Li spinge negli angoli
dietro le porte, nelle altezze delle fioriere
o delle torri che scorgi
soltanto se sollevi gli occhi dal tuo centro.

*

Valentina Colonna, Nelle radici, nota di copertina di Ángeles Mora, Nino Aragno Editore, 2026

Valentina Colonna  è nata a Torino e vive a Granada. Ha pubblicato i libri di poesia: Dimenticato suono (Manni, 2010), La cadenza sospesa (Aragno, 2015; edizione argentina, Buenos Aires Poetry, 2020), Stanze di città e altri viaggi (Nino Aragno Editore, 2019) e Nelle radici (Nino Aragno Editore, 2026). I suoi testi sono stati tradotti in oltre venti Paesi e pubblicati in plaquette, riviste e antologie, nonché presentati in numerosi festival internazionali. La sua ricerca artistica intreccia poesia e musica: pianista compositrice, ha pubblicato tre singoli e l’album discografico PianoPoetry. Resonances (NCM/Machiavelli Music, 2023). Dal 2016 fa parte di Versopolis, piattaforma europea per la promozione della poesia. È docente di Linguistica Generale presso l’Università di Granada, dove in precedenza è stata ricercatrice post‑doc Marie Skłodowska‑Curie.


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