Lei aveva una ribellione
notturna al destino radicale
dei capelli, una slabbratura
negletta alla circonferenza
dei sogni; gli occhi nudi
di chi va a tornire i gesti
sul fronte attico della luna.

*

Mattino.
Si spoglia pendulo
in dita di fusciacca
un madore invertebrato di solstizio.
Lungo l’arco fresco dei fianchi
si impiglia l’armistizio nudo
delle ore a liberarmi la luce
d’un trasalire tepido di pelle.

*

Se ti sfioro, come nelle fenditure d’aprile
l’agguato proclive di un’impazienza
di luce febbrile scopre il fiore,
la nicchia delle incarnazioni;
se apro le palme al respiro
di giunco per mostrarti tregue
salse ai battesmi del cuore nell’ora
in cui più di corda l’accidia sciaborda;
tu sciogli l’anatema della mappa,
il guanto accucciato sotto
l’inverno dissennato della bocca.
Salpare dovremmo venerando
la congiuntura equatoriale delle braccia,
quando anche dall’ultimo lampione
l’affanno si spegne; libare dovremmo
all’Aviatore piumoso del nostro buonvento.

*

Sollevami dall’ossesso del cesello,
dalla carta leziosa la precisione
metafisica della nomenclatura;
petrosa è la fattura della pelle,
sorda vuole esserti la mimesi
della miniatura: il significante
al significante e l’allegoria
una colla di pesce per le tue
adulterazioni auerbachiane.

*

Ancora una notte
sul freddo germoglio
della terra: una lucciola
tenta il simulacro
spento alla finestra.

*

Della poesia mi piace
la fede nell’irrecuperabile;
il desiderio interdetto
tra attesa e retorica:
l’indicibile nulla sospeso
tra la contingenza delle tue dita;
la fralezza del consistere
nella trafittura della pagina

corpo di minima voce
sussurrato a labbra spente.


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