Capita che il lettore affronti un odierno libro di poesia come se si trattasse di un’impresa sportiva, se non bellica. Solitamente si dà un’occhiata al titolo dell’opera, si voltano un po’ di pagine e si comincia, tra speranze e perplessità, con la prima poesia. Nel caso di Ho amato altrove di Salvatore Sblando, ci si può sentire un po’ sollevati, e incoraggiati, per non dire grati, per non aver dovuto ingaggiare subito una dura lotta col significato letterale del testo. Per di più, vi si può cominciare a intravedere, o ipotizzare, una corrispondenza con il titolo del libro: “mio padre prese a chiamare / mamma / il suo amore / dopo che nacqui io”. Amori divaganti, dunque; intricate trame affettive? Si vedrà. Per ora si apprezza anche la versificazione direi di evidente trasparenza, volta a sottolineare e isolare il significato.
Le poesie successive confermano di quanto la lettera sia evidente, senza che il senso sia semplice, ma anzi la parola svolge la sua funzione di leva moltiplicatrice (chissà perché mi viene in mente la metafora economica, legata all’effetto leva del denaro e del credito), insomma di suggestione. Prendiamo questo brevissimo testo del tutto limpido (notare il titolo polisemico, e anche l’impaginato):

Incipit

_Le chiavi di casa
_sono un dettaglio
___se a ripararmi
________ci sei tu

Tanti significati, memorie, emozioni smosse da questo oggetto, le chiavi appunto, e da questa funzione simbolica, che allude al concetto di soglia e a quanto ne è implicato; come per quanto attiene proprio alla casa: per es. in Trasloco si fa evidente la dialettica tra il nuovo e l’antico, tra quanto si lascia e quanto permane:

riordinerò in fine il tempo
_________________nuovo
sull’orologio da taschino
____di mio padre

Ovviamente, tornando a quanto ci domandavamo all’inizio sulla fruibilità dei testi da parte del lettore, si entra nella tenzone, seppur lieve e grata, con testi più articolati e complessi, ma infine sempre chiari nel loro impianto metaforico.
Segnalo a tal proposito alcuni componimenti – Il temporale, Dopo il temporale, Belvedere ecc. – che, pure avendo poco o nulla dei modi, dell’estetismo e del panismo dannunziani, in qualche modo sollecitano, per certa loro attitudine metamorfica tra donna e natura, talune reminiscenze, da La pioggia nel pineto a Stabat nuda aestas a La sera fiesolana (Se sapessero / le tue labbra / viandare / sul profilo collinare / che scontorna il paesaggio / di vite e di tralci –> e ti dirò per qual segreto / le colline su i limpidi orizzonti / s’incurvino come labbra che un divieto / chiuda). Peraltro Belvedere mi ricorda anche, specie per il paesaggio collinare di vigneti in cui si dissemina la suggestione muliebre, quel poetico cartone animato di Bozzetto sul Fauno di Debussy.

E ancora, sempre nel quadro sconfinato delle corrispondenze sinestesiche, in Forte piano o in Ritorni s’instaura un parallelismo tra musica e parole per una semantica comune, o quantomeno analoga, foss’anche in negativo: “Siamo fatti di parole / che nessuno riesce a pronunciare / sogni non possibili da interpretare”. Ora, è noto il motto di Stravinski che la musica non esprime nulla se non sé stessa, eppure entrambe, musica e parola, possono comunicare anche strettamente tanto che a volte sembrano quasi inseparabili, sebbene poi la seconda abbia questo difetto: “La parola significa. E ben questa / è la sua morte” (Landolfi).

Mi pare d’altronde (mia fugace impressione da asseverare) che, tutto sommato, in quest’opera di Salvatore Sblando prevalgano l’assertività, la flagranza della constatazione, la fiducia nella parola e nella comunicazione: se già il componimento (senza titolo) comincia “Il meglio dei ricordi / s’avvera nelle azioni”, il che è indice di estroflessione, la chiusa è univoca, non ammette repliche: “abbiamo ancora tanto da dirci / papà”. E questo è tutto, o almeno abbastanza.

Flavio Vacchetta


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