Non so dare una definizione di Poesia se non quella che essa è visione più o meno improvvisa dell’Altro e dell’Altrove, cioè di quella realtà che non si vede per insufficienza di cuore e di mente, per pregiudizio, per pigra abitudine.
Per essa la parola si fa sacra, diventa miracolo se si nutre di quei sempiterni valori quali la capacità di suscitare meraviglia fino a ”l’urto del prodigioso” di Heidegger; di creare armonia di ritmo e di musica; di utilizzare un linguaggio chiaro in modo da raggiungere tutti, qualunque sia il livello culturale.
La poesia oggi ha perso il suo pubblico sotto i colpi di sperimentalismi, avanguardismi vecchi e nuovi fino ad una parola incomprensibile che non potrà mai raggiungere il cuore e l’animo della gente.
Per quanto riguarda la mia, essa è segnata dall’inesorabile scorrere del tempo e tenta il ricongiungimento a purezze originarie mediante il recupero memoriale dei luoghi e fatti mitici dell’infanzia e di tutto ciò che possa riaprire il dialogo interrotto con la Natura.

 

 

Ora che dormi

Danzò per noi sui muri il plenilunio
ora l’incanto è il rosa
tenero del pesco. Quasi spenta
la luna. Si fa cielo
tra i rami verdi dei cipressi l’alba.
Ora che dormi è l’edera
sopra il muro muscoso che mi assorbe,
il brulichìo segreto delle tante
vite tra quei cunicoli di foglie
vite soltanto, desolate vite
ed una sola morte
fuori d’ogni compianto, morte sola
tra falde di memorie irraggiungibili
come per me quei sogni ora che dormi.


Specchio d’acqua

L’iris mi dicevi ch’era il meglio
per il laghetto e l’acqua rumorosa
ma di cascate piccole, il mughetto
fresco di schizzi e repentina l’onda
dov’era a specchio fragile il tuo volto.

Passavano le ore e senza vento,
senza nessun rumore quelle nuvole,
bianco lontano nell’azzurro, lenta
ombra che la tua favola ristora
dentro le polle verdi di ninfèe.

Neve

La luce un grido chiaro per le gole,
le vette si nascondono. Una bianca
voce mi chiama dice una parola
sola e non stanca se la dice ancora.
E scende come fiochi
rintocchi di chissà quale campana
che si desta lontana, che raccoglie
forse una lunga storia dove resta
sempre un gelo da sciogliere. Serena
pare la valle unita alla montagna
al passero che cerca. Un pettirosso
col suo cuore riscalda
una pagina bianca di memorie.


Tino Traina, medico di famiglia da novembre 2019 in pensione, è nato a Castelvetrano (TP) il 04/11/1949 e vive da oltre trent’anni a Partanna (TP), le sue poesie possono tutte essere considerate inedite dal momento che non ha mai pubblicato di sua iniziativa, ma possono essere contemporaneamente considerate edite in quanto molte pubblicate in sillogi e libri ricevuti come primo premio in concorsi di poesia:
Stazione di campagna (1980), Dove finiscono le case, (1996- 2001 e 2003), Sopra l’erba (2012).
Sue pubblicazioni presso Il Portone/Letteraria, Edizioni Mazzotta, Centro Culturale Il Golfo.
Scrive sulla rivista Kleos e fa parte della giuria e dell’organizzazione di premi letterari.