ROBERTO CHIODO DELLA POESIA DICE

Ho iniziato a scrivere poesie trent’anni fa approfondendo le letture di Rimbaud, Baudelaire, Pessoa e Caproni. Nel luglio 2000 con un gruppo di miei compaesani abbiamo deciso di organizzare il Concorso Guido Gozzano. È tutto nato per puro caso da quella voglia di cambiare sapendo che alla fine non cambia nulla nei pomeriggi di un piccolo paese di provincia del Monferrato. Nel 2015, dopo diverse edizioni del Concorso Gozzano, e d’accordo con l’Associazione Culturale Concorso Guido Gozzano, di cui sono segretario, abbiamo deciso di aprire una biblioteca dedicata esclusivamente alla poesia italiana contemporanea con l’intento di favorire la conoscenza del patrimonio letterario poetico dei nostri tempi e avvicinare alla lettura dei libri di poesia ancora coloro non sono abitualmente lettori Al momento sono stati catalogati oltre 7.000 libri che si possono prendere in prestito gratuitamente facendo richiesta da qualsiasi biblioteca italiana. In futuro, oltre al Concorso Gozzano, ho in mente altre idee e in particolare mi interessa il coinvolgimento delle scuole e la promozione della lettura anche fuori dal contesto della biblioteca.

LA SUA POESIA CI DICE

da Benedetti e bruciati, edito Impressioni Grafiche, 2021

A te affiderò
quel disamore
che conduce
alla protesta
quell’intendersi
senza sapere il perché.
A te affiderò
i frutti acerbi di marzo
i francobolli conservati
i miei sentieri
l’indifferenza
e gli altri argomenti.
A te affiderò
quella realtà precipitata
che ci conduce fuoristrada
dove ci siamo persi
nelle abitazioni
tra le chiese
dove non so.
A te affiderò
quel mio esistere
in riserva
senza fermarmi
quel guardare
alla finestra
gli anni
passati insieme
e i giorni
che vivrò
senza certezze.

***

Accendo la pipa
non ricordo il tuo nome
le facili distrazioni
il tintinnio delle monetine
in questo piano inclinato
mentre telefono
a me stesso
interessato ancora
al senso della relazione.
Non rido mai
e mi rimprovero spesso
questo essere borghese
anarchico
di chi vive
la rivoluzione
nei boulevards lunatici
tra le verdi tazzine di te
e chi si innamora nei giorni feriali.
Accendo la pipa
smemorato
come certe ragazze
che corrono dietro a un cane
nei loro miraggi
nei loro destini
nei loro percorsi soggettivi.
Il mio cammino
riconoscevo
come se fossi vivo
nelle scritture esposte
delle anime di sinistra,
nei collettivi
sempre fuori moda
quando battemmo la Germania Ovest
e tutti
ci credevamo
comunisti.

***

Il nostro tempo in cinque parole
quando Faber cantava
quel lasciarci scivolare
tra leggerezza e allegria
quella voglia di cantare
mentre si alzava il sipario
noi le mani alzate e i pugni chiusi.
Ti facevano capire
bastava guardarsi appena
eravamo sognatori
poeti la notte
e tutto ci andava bene
tra le righe, nei prologhi, nelle distanze .
Non avevamo tutte queste preoccupazioni
non esistevano le disaffezioni.
Oggi forse
prova a prendermi
a conquistarmi
coi tuoi argomenti
in ciò che credi fermamente
nelle tue azioni
nella tua carta di identità.
Il nostro tempo in cinque parole
in un carpe diem continuo
che cercavo da mesi
che non esiste
che resta lì
capovolto
nella città natale
nelle cantine sorde
noi ubriachi la sera
equidistanti e gentili con noi stessi.
Nemmeno a sud
ovunque non ne sentiamo la mancanza
nei processi mnemonici
per prima cosa
la nostra terra madre
assoluta e immobile
violentata e cieca
indulgente e amara.

DICONO DI LUI E DELLA SUA POESIA

Ivan Fedeli, estratto dalla prefazione a “Benedetti e bruciati”, edito Impressioni Grafiche, 2021.

La scrittura di Roberto Chiodo si affila e si sgretola ai margini di una realtà magmatica che accade come non ci fosse domani. È scrittura “on the road”, in parte figlia di una Beat Generation mai troppo distante e, nel contempo, mai pienamente vicina al tessuto dei versi che procede, in verità, con la forza naturale del ritmo interno e dell’anafora, quasi a generare un mantra, un’invocazione a qualche divinità nascosta capace di generare poesia in sé, per gemmazione. Il dettato poetico fonde, poi, voci della poesia contemporanea, allude a richiami del panorama musicale – viene da pensare a Tenco, in parte a De André – ma è pienamente originale, unico nel suo disporsi nelle catene di ripetizioni ad eco o nei frequenti giochi sonori […].

La sua poesia è bulimica, si nutre di vita, dell’intorno delle azioni minime, ripetute, talvolta in modo ossessivo, e nella vita riversa la frammentazione di una parola poetica che si dà a strappi, latenze, come per corrodere e placarsi proprio mentre cerca una verità che sfugge e lascia orfani: è il disamore nelle cose a vincere allora e la poesia, nello specifico della ricerca di Chiodo, appare zoppa ma viva nel sostrato etico, in quanto ammicca a una possibile sconfitta nella rappresentatività del mondo ma contemporaneamente la anela.

Benedetti e bruciati si presenta così come opera piena, in continuo divenire nella forza espressiva dei versi e nella loro fuga verso un altrove che li plachi, mai del tutto però. Nella quattro sezioni del libro, in cui la versificazione procede per strappi verticali, è forte il movimento centrifugo, dirompente ed è la destrutturazione in particelle dell’intero a prevalere, con effetti sonori distonici sul lettore […].

Carlo Prosperi, dalla prefazione di Benedetti e bruciati”.

[…] per il suo esordio poetico Roberto Chiodo ha scelto un titolo, Benedetti e bruciati, sin da sùbito discriminante. L’antitesi, nella sua nettezza, ci rimanda a I sommersi e i salvati di Primo Levi, ma l’assenza degli articoli determinativi lascia dei dubbi sul valore della copulativa: i “benedetti” andranno distinti dai “bruciati” o identificati, ossimoricamente, con essi? Forse l’una cosa e l’altra. Forse i “benedetti” sono gli yuppies, i giovani degli Anni ’80 che, a prescindere dai loro meriti, sono stati privilegiati dalla sorte o dalle condizioni economiche di partenza ed hanno trovato una degna sistemazione nella società, laddove i “bruciati”, inetti o restii a scendere a patti con il “sistema”, non hanno saputo o non hanno voluto inserirsi in esso, finendo per essere emarginati, alla stregua dei  “ribelli senza causa” del noto film degli Anni ’50 con James Dean: Gioventù bruciata. Nondimeno, da un altro punto di vista, il mondo dei “benedetti” è il mondo del disumano, di chi ha sacrificato l’essere all’avere, di chi per un piatto di lenticchie ha rinunciato alla libertà, lasciandosi omologare, ossequiente ai dettami che vengono dall’alto (o dal basso?) e ci dicono «come mangiare / come scopare / come vestirci / se andare in chiesa / o ammazzarci per una diversa razza». Possono dirsi davvero “benedetti” quei milioni di individui abnormemente normali, che vivono senza gioia in una società a cui, se fossero pienamente uomini, non dovrebbero adattarsi, che ancora accarezzano l’illusione dell’individualità, ma di fatto sono stati in larga misura disindividualizzati? […] Ebbene, la discesa agli inferi di Roberto Chiodo ha, se non altro, il pregio della «leggerezza» e si consuma in un viaggio à rebours scandito su ritmi altri, consoni al «senso dell’umanità / e della poesia / tra disordini e paure / e miti turbamenti». Egli ha una storia dietro di sé che è anche una struggente storia d’amore, con il suo sapore di bohème e il suo ovvio corredo di miti e di riti generazionali. La sua voce è quella di un reduce e, come Ismaele, rievoca un’avventura che non è solo sua né si è esaurita in un rapporto a due, ma ha coinvolto un’intera generazione. Ingenua, ma generosa nelle sue illusioni, peraltro mai del tutto rinnegate. Tradita, ma non traditrice. […] Naturale, dunque, che egli si chieda anche: «cosa ci ha reso poveri / e ha demolito i nostri sogni». La risposta arriva con la consapevolezza, al primo vero impatto con quella che Rimbaud definì «la realtà rugosa»: della vita e della storia. Fin allora avevano camminato sull’orlo dell’abisso, sospesi come sonnambuli, come i personaggi dei cartoons che precipitano solo quando si avvedono di avanzare nel vuoto. «Vivevamo di esasperazioni, rinunce e di certezze appese a un filo. Le nostre storie si mescolavano a quelle di pugili affogati nei debiti e puttane da loro rese celebri. Nascondevamo il nostro disagio leggendo poesie e fingendoci eroi. Non sapevamo nulla della guerra, di chi fugge e di chi avrà una croce. Le nostre giornate sempre in salita senza sorrisi e senza scosse. Nei nostri sguardi tutto era prevedibile. Tutto quello che avevano conquistato ora noi lo vedevamo scemare lentamente senza batter ciglio. […] C’era anche lui, a vent’anni, «tra chi lottava per il movimento / e le serate in osteria / sempre nuovi argomenti / e il poster del Che in primo piano / quella calma discontinua / inseguendo una moda passeggera / sapendo che nulla sarebbe cambiato» (“Numero 51”). […]. Ma la dimensione in cui ora vive è un’altra, e non ha più nulla di esotico o di esoterico né tanto meno di poetico: è la «vita di provincia / sempre uguale / paesi disabitati da far paura» (“Numero 52”). È una realtà soffocante, quella dei «supermercati tutti uguali», dove «ci dicono / cosa comprare / di che morte dobbiamo morire» (“Numero 15”). L’inferno di sempre, insomma, in assenza del quale non si comprenderebbe il sogno o il bisogno spasmodico di un altrove: «quel voler sconfinare / quell’aver luogo in un non luogo / quelle tazzine di caffè / credendoci felici / in questa città /dove tutto sembra normale / in questo ultimo tentativo / di comunicare ancora / senza cellulare» (“Numero 43”).
Il reduce torna sconfitto e disilluso, «ormai orfano dell’umanità», ma non ha rinunciato alla sua attitudine sognatrice, alla “leggerezza” di un tempo, e tanto meno a «quel senso universale / di essere anthropos». Alla poesia, custode della bellezza, si affidano le superstiti ragioni dell’uomo e della sua offesa socialità e, con esse, «il valore della leggerezza / della libertà». A lei si rivolge ora il poeta «per ricucire ciò che conta». […] La poesia sola riesce ancora a prefigurare un futuro riscatto: «Solo domani / il nuovo occidente / una felice decrescita / in lontananza / in un piano inclinato» (“Numero 55”). «Sarà un domani / un nuovo inizio / e ci saremo / a stupirci ancora / tra miraggi custoditi / e luoghi / dove finalmente / abbiamo trovato posto» (“Numero 25”). L’auspicata rigenerazione dell’Occidente è la premessa della redenzione generazionale. Non ci si salva da soli, perché tutti siamo sulla stessa barca e nessun uomo è un’isola. […] Quando si dice la fede nella poesia.

ROBERTO CHIODO E I POETI “INFLUENCERS”

Da qualche anno ho l’abitudine di entrare in una libreria e cercare libri di poesia. Purtroppo viene dato troppo poco spazio alla poesia. Gli ultimi libri letti sono: Antonia Pozzi Mia vita cara, Poesie d’amore di Anne Sexton e Addio di Cees Noteboom. Leggo con piacere Caproni, Gozzano (of course,) Szymbroska…etc…

In dono a Roberto Chiodo e ai lettori di Larosainpiù, da Poesie d’amore di Anne Sexton, Le lettere edizioni, 2019, 11 dicembre

Poi a letto penso a te,
la tua lingua metà oceano, metà cioccolata,
alle case dove entri con disinvoltura,
ai tuoi capelli di lana d’acciaio,
alle tue mani ostinate e
come rosicchiamo la barriera perché siamo due.
Come vieni e afferri la coppa di sangue,
mi ricompatti e bevi la mia acqua salata.
Siamo nudi. Ci siamo denudati fino all’osso
e insieme nuotando risaliamo
il fiume, l’identico fiume chiamato Possesso
e si profonda. Nessuno è solo.

Roberto Chiodo è nato ad Acqui Terme nel 1975. Diplomato al Liceo Linguistico Quintino Sella di Acqui Terme nel 1994 si è laureato in Scienze dell’Educazione all’Università di Genova con una tesi sulla prevenzione del suicidio tra gli adolescenti nel 2000. Ha lavorato come bibliotecario e catalogatore in diverse biblioteche. Nel 2015 ha aperto la biblioteca di poesia italiana contemporanea “Guido Gozzano” che conserva oltre 7.000 libri ed è il primo esempio in Piemonte di biblioteca dedicata esclusivamente alla poesia.

È l’ideatore e il responsabile della Segreteria del Concorso nazionale di poesia e narrativa “Guido Gozzano”

Il 5 maggio 2021 è uscito il suo primo libro di poesie intitolato “Benedetti e bruciati” e pubblicato da Impressioni Grafiche

ph Alfredo Rienzi