Se mai venisse qualcuno più dolce di te, fi-
ne e inizio, incompatibili polarità.

Se mai venisse qualcuno più dolce di te sa-
remmo schiacciati in questa fine di cielo,
specialmente la Gorgone sarebbe debole, se
mai venisse qualcuno più dolce di te.

Coi riccioli biondi e parole da imparare, il
tempo passa come uno straniero

***

Non riesco a ingoiare dio
un blocco psicologico presumo
perché si ingoiano cose ben più grandi
allora mi ricarico
raccolgo il futuro
finito ai bordi del tracciato cancellato
siamo fatti per guarire
nel vuoto attorno
i piccoli aghi della cura
cantavano la distanza
ma ci siamo ancora avvicinati
solo il vuoto ingoia la gioia
allora apre gli occhi
si muove

***

Torneranno i lupi e gli orsi in città
falchi poiane marmotte camosci
i cervi fra le auto parcheggiate
e il riccio prenderà coraggio
camminerà a bordo strada da Brescia a Prato
gli occhi dei gatti non si infrangeranno
contro l’abbaglio dei fari
il tempo scorrerà senza misura
solo il buio della notte detterà legge
sui prati e gli alberi cresciuti
e quando i superstiti riapriranno la porta
per uscire a vedere il mondo cambiato
intoneranno il canto del merlo
senza cercare nessuna spiegazione

***

Hai visto nonna non è tornata la guerra
per tutte le altre primavere
bucate in ogni orizzonte
non è la guerra è la realtà
che aperti gli occhi resta lì ferma

***

Sono i giorni degli insetti tornati
lo scarabeo cammina
già stanco tra le margherite
tutto ronza in giardino
le formiche che cercano riparo in casa
perché di sopra hanno spruzzato
il veleno due o tre che esplorano
il pavimento
mentre ancora sussulto
alla solita sirena

***

Era la prima volta che il bambino, sul lun-
gomare di Grado, correva avanti e indietro
inseguito, faceva cucù agli sguardi dei vec-
chi stravaccati sulla panchina. Il sole acce-
cava e insieme alle onde con fragore sbat-
teva contro la pietra. Non ci bastava tutto
questo rallegrarsi e scottare, avremmo volu-
to camminare senza sandali e sentire i piedi
bollire ad ogni passo, oppure spogliarci nu-
di e correre fino alla spiaggia, fino a chissà
dove, e così via altri desideri inespressi e
mai realizzabili, ed erano bei giochi della
mente. E il sole non ci feriva mai, eravamo
anzi protetti da lui, eravamo contenuti in
un mondo consolatorio. Avevamo una serie
di problemi che sembravano seri, inessen-
ziali terapie da cominciare, come tirare a
campare nei nostri lavori precari. Pensieri
che occupavano quasi tutto lo spazio men-
tale. Anni addietro, senza bambino, erava-
mo più giovani e brillanti, soprattutto il
desiderio, un deflagrante desiderio ci guida-
va, eravamo come animali, e avevamo gli
stessi problemi che con disinvoltura ignora-
vamo il più possibile: piccole terapie, sti-
pendi ridicoli. Ancora più indietro nel tem-
po ci barcamenavamo tra insulse storie ses-
suali non sempre divertentissime. Tutto il
passato e tutto il presente sono avvolti ora
da questa pellicola chiamata pandemia, li ab-
biamo infilati tutti e due nel frigorifero
dell’animo, niente è importante. È impor-
tante solo, in effetti, che non piova, se no
non possiamo fare finta di essere al mare
quando stiamo in giardino. Chiamarlo giar-
dino: quest’angolo grida vendetta, è un pic-
colo deserto di terra. Il pallone si sporca
troppo ogni volta che giochiamo. Lo lavo al-
la fontana. Arriva subito la vespa perché
vuole bere

***

Sei capace di tuffarti nel letto
fidandoti delle lenzuola azzurre
con quell’impressione di essere sempre
stato vivo e di affacciarti per sempre
sul mondo? Sei capace di giocare
senza pensieri né tragici né osceni
solo giocando al gioco del dormire?
Perché adesso è tardi e se non lo sai
fare il sonno ti rovinerà addosso
e risvegliandoti sempre più vecchio
vivrai una schiera di giorni identici

Massimo Morasso, dalla prefazione a La vita Immaginata, edizioni Lamantica

Potremmo accettare l’evidenza che questo nuovo libro di Peli narri innanzitutto il ripensamento dell’epidemia di Covid-19. Evidenza commovente: affratellante, coraggiosa, e in fondo (mi parrebbe) velleitaria. Ma certo quella narrazione che non racconta e piuttosto interroga, qualcosa che va oltre l’esperienza vissuta e sembra re-inventarla, rimuginandola fra cento e cento sensuose elucubrazioni immaginative nella «eccitazione dell’io», una specie di risentita, contro-fiabesca sapienza che ci accompagna nelle scansioni secche dei versi così come nelle tarlanti, percussive volute prosastiche che parlano al passato dei cyborg umanoidi che ci attendono oltre questa cupa svolta della storia come «un diffuso bene di consumo», come se il futuro si trasformasse di già, per forza di parole, in un tempo trascorso, e viceversa, e tutto accadesse qui, adesso in una sorta di non tempo mentale, non nel ricordo, ma nel puro presente di un dramma in cui si vive sempre più spaesati, ciascuno accanto alla propria fine camminante che «ha scabri tessuti/ di epitelio che ri vestono il teschio» – beh, sì, è una cosa che colpisce. Evidenza dunque che dice e non dice, e accenna, semplicemente, a un tema centrale e urticante. Dove ciò che più interessa non è, però, il tema in sé, ma l’orizzonte morale entro il quale esso viene evocato […].

La vita immaginata descrive la condizione psicologica di uno stato d’eccezione che non è soltanto occasionale in un senso estrinseco – neanche fosse determinato da un mero incidente di percorso lungo il dispiegamento, altrimenti felice, di “sorti” sentite sempre ancora in quanto “progressive” –, ma, appunto, connesso in radice con un dramma essenzialmente politico, nel quale la scena (il mosaico testuale) dà figura alla fase risolutiva della favola antropica. Leggendo capita di percepire che il destino del singolo uomo non esista, giacché il destino di ciascuno di noi non è, in fondo, che l’avventuroso riflesso del cammino di una comunità, tra ordine (e dis-ordine) culturale e ordine naturale. Non si sa se come una speranza o una minaccia o, forse, tutt’e due, «nel mondo immobile della segregazione» si avverte l’incombenza sulla nostra vita del cosiddetto primato del politico. Che, tuttavia, Peli inscrive fra le pieghe sentimentali del suo discorso come un “fatto” che muove una più alta ansia di senso. L’interiorizzazione di una visione politica della realtà, che si raggruma intorno a un punctum dolens metafisico condensato in sentenza, è evidentissima in Finale, il testo che suggella in posizione forte il prosimetro – sebbene il libro sia costruito quasi tutto nel segno di tale grammatica. Prestando attenzione ai materiali formali di questa pagina-shifter conclusiva, scopriamo un’assertività clairvoyant che mentre annuncia senza mezzi termini la futura vittoria del “male” e del “regno dell’oscurità”, sta di fatto augurandosi l’avvento di un’umanità nuova. Il passo è una lunga, risentita attestazione gnomico/visionaria: «ancora una volta vincerà il male»; il male «salirà strisciando su per le gambe a spirale»; «gli uomini non avranno più vergogna», «la sola nota positiva sarà il regno dell’oscurità», «nes- suna scienza chiarirà il mondo», «il nero dominerà» sui grevi giorni. Sono mere affermazioni, visioni a visionarie, un tentativo di prevedere e di esorcizzare, un esercizio assai poco “poetico”, duro e senza sconti per avvicinare per via immaginativa ciò che sta fuori dal favoloso metaforizzare della poesia che si presume con la P maiuscola. Che il proprio di questa anti-retorica in sé elencatoria e quasi menagrama sia un modo difensivamente “virile” nell’augurarsi una consolazione eterna (il libro si chiude con un benaugurante (?) «e nel faticoso respiro diuturno saremo per sempre consolati»); che questo proprio annunci sorprendentemente il contrario – la gioia del conforto; che quindi gli artifici antilirici messi in campo, direi addirittura sfacciatamente, in un ordine del discorso analitico sul male come paesaggio storico e antropologico che si prospetta come limite della vita, invece poi si scoprano come un controcanto della speranza, offre qualcosa di intenso che dà la sorpresa dell’incontro con un io affaticato che, mentre osserva e giudica parlando, scopre la sua (la nostra) stessa fatica di vivere – la sua (la nostra) stessa sofferta moralità. La fenomenologia poetica di questo duplice movimento è del tutto personale. Peli si fa beffe del bello stile, ha in uggia tutto ciò che va «ad abbruttirsi nel cosiddetto letterario» e al finer tone di keatsiana memoria preferisce il tono “cattivo” di chi non ha paura di meticciare i registri e recuperare sub specie autoriflessiva il pathos, fra il declamatorio e il visceralmente surreale, di certa scrittura tardo-avanguardista di un secolo fa […].

Giovanni Peli è nato a Brescia nel 1978. Scrittore e musicista. La sua produzione spazia dalla poesia alla narrativa, dalla canzone al teatro, alla letteratura per l’infanzia. Bibliotecario. Ha fondato Lamantica Edizioni con la traduttrice Federica Cremaschi. Tra le ultime pubblicazioni: La vita immaginata (post. di Massimo Morasso, Lamantica, 2021), Sulla soglia (con Stefano Tevini, Calibano, 2020), Il tessitore (con Emanuele Maniscalco, 2020), Incontro al tuono vicino (intr. di Paola Silvia Dolci, Prospero, 2019), Sette giorni (2019), Onore ai vivi (intr. di Giulio Maffii e post. di Nicola Vacca, 2018). Ha scritto libretti d’opera e testi per la musica di Antonio Giacometti, Mauro Montalbetti, Paolo Cattaneo, Lorenzo di Vora, Corrado Saija e altri. Suoi testi appaiono in riviste, antologie (L’amore ai tempi della collera -Lietocolle, 2014-, Oltre il confine -Prospero, 2019- e altre) e blog (Poetarum Silva, Carteggi letterari, NiedernGasse, Zona di disagio e altri). Sue canzoni o interpretazioni sono presenti in dischi antologici (Tutto quello che ho da dire, tributo a Claudio Rocchi, 2017; Vestito per amare, tributo italiano a Leonard Cohen, 2010 e altri) e pubblicate su webzine (Mescalina, Sentireascoltare e altre). Nell’ep elettronico-cantautorale Specie di spazi del 2014 è contenuta la canzone Accorgetevi frutto della collaborazione con il poeta Mario Benedetti. Nel 2015 ha creato il progetto Pasolini 40, dedicato a Pier Paolo Pasolini per commemorarlo a quarant’anni dall’assassinio. Dal 2011 al 2019 cura il progetto di divulgazione musicale e letteraria Parole da cantare, dedicato al mondo della canzone, con incontri e concerti tematici. Negli anni Novanta scrive musica per il teatro. Dal 1998 è chitarrista in vari gruppi rock, pop, blues. Tra il 2000 e il 2006 autoproduce vari album-demo cantautorali. Prima di essere un libro, Brèsa desquarciàda è stato uno spettacolo teatrale in dialetto bresciano che vanta numerose repliche tra il 2006 e il 2018.
http://www.giovannipeli.it

foto Mario Martinazzi