È sempre un immenso piacere incontrare “poeticamente” Giovanni Peli. Ed è questo il motivo per cui ho pensato di accoglierlo anche in questa nuova rubrica all’interno del blog Larosainpiu. 
Giovanni ha appena concluso il suo ultimo lavoro musicale, racchiudendo in un CD i momenti di vita, le emozioni che scorrono nell’arco della settimana dal “Cosa dicono di noi” del lunedì alle “Poche priorità” della domenica. Il filo che ci conduce dalla poetica di “Onore ai vivi” a quella di “Sette giorni” è Sergio, che da “battito, sedici millimetri di altro”, diviene sorriso, sonorità frizzante nel lavoro musicale di Giovanni. Anche il suo nuovo “libercolo poetico” – così dice lui – è pronto e presto avremo notizie della sua pubblicazione.
Nel frattempo, cerchiamo di rivelare il rapporto tra Peli e la poesia. 

PELI DELLA POESIA DICE
“La poesia ci mette di fronte al nostro abisso, alla nostra impotenza, alla nostra incapacità di afferrare certezze attraverso il linguaggio. La poesia è lontana dalla comunicazione, perché scrivere poesia significa fare i conti con la natura polimorfa, demoniaca, sensuale e contraddittoria del linguaggio. Non serve quindi a comunicare un’informazione, anche se porta con sé una serie di messaggi. Come le altre arti non serve a nulla, non è un meccanismo che funziona. Forse la poesia ci vuole accompagnare proprio in quel luogo del pensiero in cui non si può più dire nulla, non si comunica nulla e tutto sembra incongruente, e risponde a leggi che non hanno ancora una decodificazione, né una rappresentazione verbale. Immagino quel luogo come un precipizio bianco imbevuto di un suono cangiante e continuo. Non amo pensare alla poesia come a una forma di conoscenza, né amo pensare alla poesia come a una manifestazione pura dell’umano, poiché il suo valore risiede proprio nell’essere impura e contaminata. Ne consegue che i poeti non sono dei sacerdoti, degli illuminati, ma uomini comuni che hanno scelto di usare il linguaggio in modo direi innaturale, non conforme alle regole della comunicazione, che oggi vanno di pari passo con le regole del mercato.”

LA SUA POESIA CI DICE
* L’identità
In un’altra camera del paradiso
il vecchio interruppe la sua coscienza
quel luogo in cui fino al giorno prima 
aveva impostato la destinazione dell’iride
ma tutto sfuggiva di mano 
diranno che si è trattato di un calo di pressione
un’indigestione chissà ma noi sappiamo
come agiscono gli angeli
il turbinio delle loro voglie
l’identità è un’invenzione
non è successo niente è un giorno come un altro
ma in quell’attimo tutti fummo vicini al nulla
che d’ora in poi chiameremo 
sorriso degli occhi
flebile, involontario e vuoto 
l’iride è una cosa seria non si fa 
nella pancia della mamma

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* Il giorno una vita
In un solo giorno trascorrono tutte le ore
gli occhi del neonato diventano sempre più grandi
il suo sonno ha palpebre avvolgenti
anche il vecchio si ripara con le palpebre del neonato
la sua pressione arteriosa sale a livelli normali
tutti immaginano la mattina successiva in silenzio
tutti come addormentandosi cullati per finta
in silenzio abbiamo imparato a pensare a noi stessi
e al nostro vecchio che non sembra riuscire a parlare
mentre le ore passano indifferenti 
immaginiamo la mattina successiva
la mattina in cui un altro dottore 
dirà che non è successo niente
arriverà la mattina dolce come un lampo
quindi arriverà ancora una volta
tutto quel pallore quello spavento
quello stringersi attorno tra familiari 
sconosciuti o accettati secondo destino
i parenti su cui continuiamo a soffiare dentro anima
con tutte quelle volte a dirci ce la facciamo
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* Il colore degli occhi
Se il mio isolamento è fatto per cullarti
per poter dire di che colore sono i tuoi occhi
è davvero il momento di farsi forza
perché ho iniziato il corso accelerato
so rigare con una chiave l’intero cielo
accartocciare le stelle e dartele
in mano e le metti in bocca subito
ricordare come si fanno le carezze alla mamma
attraversare senza guardare le sabbie mobili 
anche quando il cielo sembra fuoco dal colore
sia dunque l’isolamento oasi di bellezza 
questo isolamento sempiterno sempreverde e dolce
e rafforzami dio dei colori degli occhi
dio dell’inferno che hai creato ciò che dentro mi brucia
e per sempre senza fine brucerà
qui e nell’orizzonte del vecchio smarrito
dio del rosso che si affaccia orroroso sul verdeazzurro
sappi che noi ci stiamo estinguendo per colpa del linguaggio
ci sono dei fratelli che non sanno parlare
la mia lingua esausta è così aggrappata
ma ci sono dei fratelli che restano in piedi muti
e attraverso il loro amore posso fare la pace
essere più forte di me confrontarmi con me
essere finalmente solo me
quando nessuna parola sarà pronunciata
né identità né padre né comprensione

DICONO DI LUI E DELLA SUA POESIA
Giulio Maffii, introduzione a Onore ai vivi. “… siamo davanti a un libro nudo, lo scrittore è nudo, non ci sono concessioni e benevolenza, Peli non trasmette un feudo, regala terra fertile da coltivare… Peli ci dice che tanta poesia, tanto far poesia non solo non serve a niente, ma non porta a niente se non a gratificazioni per il poeta stesso. La poesia sperimentale invecchia, la cattiva poesia non è da onorare. Onore ai vivi invece, a coloro che danno “vita”, a coloro che progettano per rimanere al di là delle relative temporalità o di misere boutade linguistiche. “
Antonio Scotellaro, frammenti, note di lettura. ” Onore ai vivi è atto rivoluzionario, grembo che sboccia, purezza incontrollabile della vita. Onore a chi esce vivo dalle lamiere, a chi ce l’ha fatta nella catastrofe, nella metamorfosi, che sia insetto o uomo. Ma nell’ardore di versi, senza dogmi, trapela tanto disonore per quelle rassicuranti braccia della forma, della struttura che per Peli non hanno più senso.”
Nicola Vacca, postfazione di Onore ai vivi. ” Giovanni è poeta che con grande umiltà sa essere operatore del dubbio e ha nei suoi versi il coraggio e l’onestà di avvalersi senza alcun accomodamento di parole che arrivano come spine nel fianco… Scrive poesie non per trasformare la vita in letteratura. Scrive per portare la vita nella letteratura e la letteratura nella vita.”

PELI E I POETI “INFLUENCERS”
Ce ne sono davvero tantissimi, molto diversi tra loro. I primi amori: Dylan Thomas e Pasolini. Tutta la neoavanguardia è stata la mia formazione. Grandi scoperte recenti: Bertolucci, Caproni e Giudici. Onore ai vivi risente di Octavio Paz, Salvatore Toma e Leonard Cohen. Ma sono influenzato anche da narratori e cantautori.
Dylan Thomas, dunque, non è stato solo fonte di ispirazione per Tiziano Sclavi nella creazione del personaggio di Dylan Dog, ma è stato uno dei primi amori di Giovanni Peli.
Onore dunque a Giovanni con una poesia di Dylan Thomas, nella traduzione di Ariodante Marianni, Einaudi 1980.

Guàrdati dalla forza!
È un’arma che può tornare indietro
Dalla mano ben fatta
Rimbalzando nell’aria che colpisce.

Giovanni, ti ringrazio.
Rosanna


Giovanni Peli, bresciano, classe  1978. Giocoliere di musica e parole, attraversa la scrittura creativa in ogni sua forma, versi e prosa, sia per adulti che per bambini. Cofondatore del progetto micro-editoriale Lamantica e bibliotecario per la Cooperativa Zeroventi, vanta numerose pubblicazioni. Giovanni ha cominciato a scrivere appena diciottenne e tra le ultime raccolte poetiche ricordiamo “Onore ai vivi” (autoprodotto, 2018), “Babilonia non dà frutti” (Eretica, 2017), “Albicocca e altre poesie” (Sigismundus, 2016), “Il passato che non resta” (2012).
L’invito a visitare la sua pagina www.giovannipeli.it e la pagina Facebook