Prima di tutto la poesia mi salva dalla pigrizia.
Sono da sempre un uomo eremita,
un uomo inetto di fronte alla vita.
Ma se scrivere è un passo, un sorso d’acqua,
uno schizzo di gioia dopo il terrore,
dopo lo sgomento, allora c’è speranza
anche per gli inquieti, per i dispersi,
per i tormentati come me.
Niente è serrato quando nasce l’amore.

 

 

 

 


 

Stanza dal sonno pesante questa
in cui mostri e acrilico litigano nella notte;
mentre l’ansia si getta alle caviglie
e non mi serra le palpebre del dormire
tu mi appari e sei memoria tattile
di fronte – gergo di fotografia –
odore misto di fogliame e pane:
quello che sfornavi quando avevo fame.

*
Sono nato nel freddo di novembre,
mentre il vento bussava alle pareti
di un ospedale a nord di Burgwedel.
Non sapevo ancora il dolore
di vivere a metà
nel chiaroscuro dell’infanzia.
Non sapevo la fatica dello stare
da solo nell’orto del cortile,
il mio cognome orfano di padre,
quella voce di madre mancata
e il suo casino d’inchiostro,
quella dannata colpa di solitudine.

*

Hanno chiamato il mio nome,
mamma papà e io entriamo.
Siamo soli in questo branco di sedie,
il magistrato ho paura che mi porti via.
E piango sulle gambe di mia madre,
ho paura tra le braccia di mio padre,
me ne sto con la faccia mani nelle mani,
mi consolo in un pianto che non so dire.
Orfanotrofio – diceva –
L’istituto dei bimbi sperduti.
Ma io non ero sperduto,
avevo una madre e un padre:
due mani calde a carezzarmi la testa.


Lorenzo Mele (Lecce, 1997). Ha pubblicato le raccolte “Tu mi abbandoni” (Edizioni La Gru, 2018) e “Dove non splendi” (Controluna, 2019). Suoi versi sono apparsi su Atelier, Inverso, ClanDestino, Leggere poesia e altre riviste letterarie. È direttore del blog di poesia “Il Visionario”. Attualmente vive a Roma.