PREZIOSI DELLA POESIA DICE

Dire della poesia non è affatto semplice. Essa possiede sempre un qualcosa di indefinibile che ci sfugge e non riusciamo a cogliere.  In compenso è proprio la poesia a dire tanto di noi in quanto esseri umani. Ci eleva malgrado le bassezze e le ripugnanze a cui diamo voce e corpo con cadenza quotidiana. Una poesia è sempre una rappresentazione dell’umano, come ogni nobile arte che si rispetti, sia che si occupi della nostra specie in quanto tale, sia che rivolga il proprio sguardo verso l’esterno. È come un occhio che scruta la realtà, anche quella delicatamente intima, restituendo una visione attraverso immagini, colori e suoni sotto forma di parole. Un atto poetico rappresenta uno slancio che, a partire dal desiderio, si dirige verso l’irraggiungibile. In questa tensione, in queste sfumature, in queste zone grigie, tutto si realizza o si distrugge, tutto si erige o crolla, tutto è aspirazione o rinuncia. Noi siamo lì nel mezzo.

La poesia rivela una moltitudine di lati nascosti, degli intimi esseri spesso a noi sconosciuti. È uno scavo che porta alla luce cose impensabili, elementi e presenze che non penseremmo mai di contenere. L’arte versificatoria (anche nelle sue declinazioni prosastiche) passa attraverso due polarità: la prima consiste nella voce del poeta, mentre la seconda rappresenta la ricezione della parola, dunque l’accoglienza da parte di un lettore, il quale è chiamato a ricostruire dentro di sé un rapporto col simbolo. Per questa ragione, la scrittura dei versi deve essere un atto estremo di empatia nei propri e negli altrui riguardi, a patto che sia il come più del cosa a prevalere. La poesia accade. La si può interpretare, ma non spiegare, e se proprio non è possibile capirla, la si può sempre sentire. È un linguaggio che passa dalla parola, ma le sue regole sanno essere liberamente più esigenti al punto che anche l’orrido o la decadenza possono raggiungere il sublime.

LA  SUA POESIA CI DICE

da “Variazione Madre”, Controluna – Lepisma Floema, 2019

C’è della gioia nel dolore dell’insieme
nell’eludere le vampe statiche e onniscienti,
un convivio inalberato d’una resa
come lastrico di zolle in cartapesta.

C’è una foga nello struggersi in parole,
le parole d’istantanee ribellioni, le parole irrorano
i punti del non approdo, come rivissuti invocano vissuti.

C’è del profondo self-amore nello scavo
in questo rancido scucirsi dal petto le ferite, nello scrivere
urlando a bassa voce come un attimo animale sta all’anima
in un appiglio, che è senso d’abbandono il lieve ritrovarsi.

C’è nella cicatrice l’onore del disarmo, una propria vulnerabile capienza,
uno spartiacque rinnegato e poi abbracciato nella fulgida sutura
che dannazione imbeve come panno che trattiene

le lacrime agli occhi
il sangue nelle vene

 

*

in odore di fremiti la hall
e le chiavi
nel petto gli scavi
il passato di cavi
la lingua distratta sul languido stare
lampi i minuti sugli umidi lumi

lenta
mi scivola livida l’anima
a sciogliere vesta le dita
le mani
nuotare nei panni disciolti
nel sole
al rallentatore dei baci
il bruciore
la fame del giorno il giogo d’albore
che avremmo dovuto
dosare nel vuoto
ma tu

i chiodi
hai piantato alle mani!
il sacro del nerbo lo sento, e davvero
io non ci riesco
io non ce la faccio a non farmi prendere

lasciami!
(per questa volta)
a un fine giornata che sfila la gonna
io non resisto in questo appetito che sventra
la pancia
a questa lingua che carezza e poi squarcia
la pressione ormonale che schianta la voce
Io non mi sento che un piano
una vibrazione
del canto degli angeli
in penetrazione

così ti voglio
abbracciare e ancora
e ancora sciogliermi
tra le tue labbra
evaporare
tra le tue gambe
espiare
la colpa e poi risorgere in mare
trascinare vetri levigati col sale
quando mi esplodi con le dita e mi affondi
sono la schiena contratta
in muscoli di carta dove scrivere
chilometri di rime ansimate
spalmate con ciprie di stelle
unguenti sugli arti e la pelle
sgocciolare
nel mondo di sotto
col tatto e con tutte le nostre parole
fino a morire
d’orgasmo in un antro
in fondo alla gola
in fondo allo stagno.

dal fondo ti guardo
i tuoi occhi di pianto
i tuoi occhi di piombo affogati nel tanfo
nel primo barlume
disteso di fianco
un enorme peccato
mi sta rannicchiato
col volto sul ventre
trafitto e silente che accoglie
piangente
il suo ultimo figlio.

io madre ed amante
mi tappo la bocca
ci avessi protetto
ammazzando la notte.

 

Inedito, pubblicato su La Repubblica – Milano, 12 aprile 2019, ne La bottega di poesia di Maurizio Cucchi

Coperte

In un nimbo in una coltre
così d’un fiato,
alla goccia si scioglieva in volto
una premura del tutto autunnale
ma il verso,
il verso era avvolgente e caldo.
Lontano mantenevi l’abominio
dalle mie braccia
nel dolce trogolo delle attese
respirando un po’ il mattino
nella notte.
Quanta cura per l’assenza
avresti avuto, Madre,
con un bacio
rimboccando le coperte
nella stanza accanto.

 

DICONO DI LUI E DELLA SUA POESIA

Giuseppe Cerbino, dalla prefazione di Variazione Madre.

Le parole hanno un significato ed è questo il loro vero difetto. Il difetto che questo poeta vuole correggere recuperando la parola perduta, ritrovandola nella parola della donna,  dei suoi tormenti e nelle sue estasi, parlando e scrivendo come se egli fosse una donna.

Lucia Triolo, da Limeslettere, recensione a Variazione Madre.

Un’opera dal linguaggio violentemente bello come pochi altri dove l’idea della “variazione” attinge efficacemente dal lessico musicologico e il controverso approdo al femminile si apprezza anche e anzitutto nel contrasto fra la violenza espressiva e la dolcezza quasi melodica del timbro sonoro, curata con una finezza e un’ostinazione decisamente pregevoli.

Giacomo Picchi, da Luogos, recensione a Variazione Madre.

[…]un atto d’Amore e di ricerca che si cala perfettamente nel nostro tempo. Non una metamorfosi dal maschile al femminile o viceversa, ma una visione della realtà che parte dal genere umano e trova compimento con la parola.

PREZIOSI E I POETI “INFLUENCERS”

Mi considero un “versipelle”, adoro cambiare sembianze in continuazione e naturalmente mi lascio suggestionare da molte letture e rapporti poetici, ideali o reali che siano. Nella poesia di Variazione Madre mi sento molto vicino ad Amelia Rosselli e al suo modo di “musicare” il verso: la parola è fatta di sillabe ed esse sono da considerarsi quali unità ritmico-melodiche che compongono una frase oppure un fraseggio, detto in termini musicali. Mi affascina molto il modo di riprodurre le proprie ossessioni attraverso la ripetizione di una frase o un inciso: è qualcosa di più di un’anafora. È una scansione dal gusto tribale della mente, è tarlo, è scavo, vertigine e vortice.

In parte mi sento anche influenzato da Beatrice Orsini, sia dai versi, sia dalle immagini (lei è anche fotografa). Abbiamo inizialmente istaurato un rapporto di stima nato su Facebook a partire dal gruppo di poesia Poienauti; successivamente è diventato dialogo e, infine, collaborazione, anche attraverso progetti di altra natura come La lacrima della canzonetta, una deviazione musicale dei miei versi sbocciati dalle note di Pasquale Tomasetta. Per l’ascolto del terzo brano:

Io e Beatrice Orsini condividiamo un immaginario, ma sicuramente la sua estetica ha avuto un impatto molto forte su di me, in particolare in alcune suggestioni presenti in Variazione Madre, al momento la mia opera più significativa.

Ci sarebbero tante altre influenze che vanno da quel rap che sa essere un godibilissimo gioco testuale, fino a toccare poeti come Ungaretti o Montale, passando infine per alcune presenze molto importanti che non amano apparire, ma che desidero comunque ringraziare per quello che hanno fatto e continuano a fare per me. Sono sicuro che altri elementi verranno fuori nella produzione futura, qui anticipata da “Coperte”, attraverso una maggiore attenzione per lo spazio, l’allusione e il vuoto.

In dono a Federico e ai lettori di larosainpiù, di Amelia Rosselli, da Documento, Garzanti, 1976:

Non porto il formaggio con me: scrivo
sui muri o sui tuoi pantaloni. Hai
nella riviera tua delle tasche gonfie
di biscottini pronti per la marmellata:
il mio credermi santa voltando la pagina
per raggiungere te che non m’interessi
più.

Come mai? Mi sono ritrovata biscotto
anch’io e non vengo all’appuntamento
a leggere le tue cose probabilmente
scritte male come me

Federico Preziosi, classe 1984, nato ad Atripalda (Av), insegna lingua e cultura italiana a Budapest, in Ungheria. Si avvicina alla poesia nel 2016 e fonda il gruppo Facebook Poienauti col poeta Armando Saveriano. Successivamente diventa moderatore del gruppo Poeti Italiani del ‘900 e contemporanei. La frequentazione virtuale con numerosi poeti provenienti da tutta Italia porta alla costituzione di Versipelle, una comunità poetica che esprime la propria voce attraverso il sito http://www.versipelleblog.wordpress.com.

Nell’aprile 2017 vede la luce il suo esordio, Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e assonanze a ritmo di rap. Nel luglio 2019 viene pubblicata da Controluna, nella collana Lepisma Floema, Variazione Madre con la curatela di Giuseppe Cerbino, un’opera in cui il poeta irpino si immedesima nel femminile cercando di emularne il linguaggio attraverso i versi. Nel 2020 esordisce con il progetto musicale La lacrima della canzonetta, scrivendo le liriche e prestando la propria voce. Le sue poesie sono state pubblicate su antologie, riviste e quotidiani nazionali.