Da anni mi suggerisco di smetterla con la poesia, per dedicarmi a qualcosa di più ampio, di meno frammentario, di più organico, magari a un romanzo, ma quasi tutti i giorni, camminando senza fretta e senza meta, vicino da me, in pineta, mi sorprende qualche verso. Se quello ce l’ho ancora a memoria tornato a casa, lo trascrivo. La cartina di tornasole è quella: la capacità di restarmi impresso col suo ritmo, con le sue parole e coi suoi suoni. Dicevo che, a quel punto, visto che mi ha tenuto compagnia per un’intera passeggiata, lo scrivo prima su un pezzo di carta e poi al computer dove altri lo seguono, ma nella mia poesia è sempre custodito nel primo o nell’ultimo verso, il senso. Si tratta di illuminazioni più o meno gnomiche. Questa attività, apparentemente naif, in realtà lo è diventata dopo anni in cui ho costruito con fatica la mia piccola officina, formata da rime alternate e da immagini ritornanti (di solito lo specchio, dal mare alla pozzanghera), la frontiera, e il doppio. In senso generale, la mia poesia è essa stessa una sorta di doppio. Un’orma che si stampa su una pagina bianca. Un ubi consistam, una fotografia, un modo per dire “io c’ero”. Che caratteristiche ha la mia orma? Intanto è non del tutto geometrica, ma quasi. Non è omometrica, ma privilegia endacasillabi o novenari. Non sono sonetti, ma ci aggiriamo spessissimo tra i dodici e i quindici versi. Il tono è ironico. Come potrebbe non prendersi in giro una voce che, peggio di una preghiera, non avrà mai risposta e che, in più, nasce da una vocazione autoindotta? Si tratta di brevi componimenti che si danno appuntamento in genere in autunno, o davanti al mare, se non in cimiteri di guerra, dove spesso, diventando teatrali, danno voce, in prima persona, alla furia dimostrativa di alcuni personaggi, vere e proprie dramatis personae, come in Spoon river Italia. Da anni mi dico di smettere o di raddoppiare, facendomi tradurre in altre lingue, per vedere che succede e quel che si perderebbe, ma a tutt’oggi la mia poesia è ancora solamente un camminare, in genere in pineta o al mare, cercando il ritmo giusto per quel che mi sembra di percepire.

 

 


 

Robinson

Tutto è così logico

Robinson

Come al solito hai un unico obbligo

un solo imperativo categorico

spegnere il fuoco

e guardare negli occhi la luna

illuminarsi poco a poco

Niente ricordi oggi

da accumulare per domani

niente foreste da abbattere

per farci foreste di zattere

 

Tutto è così ovvio

tutto è così logico

Robinson

 

Un tuo messaggio dentro una bottiglia

Tanta ammirazione

il mare la ricambia

offrendomi spuma biancastra

bottiglie di plastica

e lamette da barba

gettandole ai miei piedi sulla spiaggia

 

La mia venerazione

la mia costanza il mio amore

meritavano sorte migliore

Sono anni che lo ammiro

stropicciandomi le ciglia

e mai che mi ha portato

un tuo messaggio dentro una bottiglia

 

Pessoa

L’imprevisto era previsto per le quattro

Io sarei arrivato in ritardo in anticipo

e tu in anticipo in ritardo

 

Io sarei tornato

a riprendermi una mia impronta

e tu a recuperare una tua orma

 

Io avrei avuto un’intuizione

magari un presagio

e tu

un deja vu

 

E’ tutta la vita che ci presentiamo

là dove non ci siamo

Che ci presentiamo

anche se ci conosciamo

Piacere Fernando Pessoa”

 

L’imprevisto era previsto per le quattro

ma per uno sciagurato contrattempo

si è dovuto rimandarlo

 

 


Simone Consorti è nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un liceo. Ha esordito con “L’uomo che scrive sull’acqua ‘aiuto’”(Baldini e Castoldi 1999, Euroclub 2000, Premio Linus). Ha pubblicato i romanzi “Sterile come il tuo amore”(Besa, 2008), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”(Hacca, 2009), “A tempo di sesso”(Besa, 2012),“Da questa parte della morte”(Besa, 2015), “Otello ti presento Ofelia” (L’erudita, 2018), “La pioggia a Cracovia”(Ensemble, 2019), oltre che diverse raccolte di poesia, tra cui “Nell’antro del misantropo”(L’arcolaio, 2014),“Le ore del terrore”(L’arcolaio, 2018, prefazione di Anna Maria Curci) e “Caligola in Britannia” (Progetto cultura, 2019, a cura di Cinzia Marulli Ramadori). “ La sua piéce “Berlino kaputt mundi” è andata in scena al Teatro Agorà di Roma nel marzo del 2018. Si occupa di street photography; ha tenuto mostre personali in Italia e partecipato a collettive in Russia.