La silloge di Anna Maria Bonfiglio, Di tanto vivere, ci offre la testimonianza lucida e amara del vivere oggi, di questa rovinosa “Full immersion” nel turbine della vita cui siamo sottoposti. Immersione profonda nel flusso degli eventi, che l’Autrice attraversa, in intelligenza e sensibilità, nel dispiegarsi concreto della vita. Un’intensissima vitalità connota, peraltro, la sua fisionomia interiore: un’espansiva tensione, una voglia di essere interamente dentro il fluire della vita, che nel tempo si è andata orientando ad una interiorizzazione del vissuto che è divenuto nutrimento dell’anima. Di tanto vivere, che ci appare così denso del peso della vita odierna, si pone innanzitutto come una sorta di bilancio esistenziale, immediatamente leggibile nello stesso titolo. Un momento, certo, di quel ritrovarsi a tirare le somme che attraversa ogni esistenza umana, soprattutto nelle sue fasi più critiche.
Il testo appare diviso in quattro sezioni, tutte introdotte in esergo da autocitazioni che ne sintetizzano l’assunto fondamentale in termini concettuali e lirico-emozionali. La prima di esse, intitolata Discorsi, è anticipata dai versi brevi e distillati di un haiku, in funzione, appunto, epigrafica, che segnano l’atmosfera, il sogno, la temporalità esigua in cui si compie la vita. I versi di Canto minimo aprono poi la silloge e, al contempo, a questo bilancio che subito ci appare all’insegna del disincanto: “…Abiti la più nuda tra le case/ vesti la più impossibile menzogna/ e ti fai strada chiusa (…) stella che irradia inutili bagliori/ profeta di stagioni di declino.” Ci troviamo di fronte a un tempo e a una realtà che tradisce le attese, e appare spoglia, ormai chiusa alle illusioni, una realtà che ha, a mano a mano, consumato promesse e possibilità fino a divenire “strada chiusa”, orizzonte angusto, delimitato, precario, con una poesia che si fa profeta di queste ”stagioni di declino”. Si dispiega qui, e nell’intero percorso della silloge, la celebrazione senza fine, e al tempo stesso, la nostalgia e lo straziante rimpianto di un Amore sempre lontano e sempre provvisorio che ha consistenza solo nel desiderio e nel ricordo: “ Forse è naturale consegna/ quest’assenza che nessuno reclama- / l’ombra solo a me visibile/ negli occhi di chi parla.// L’azzurro è svolato/ verso cieli che ignoro/ la notte è segreto/ che taglia il respiro.// Ovunque la pena.//.. mentre tu navighi altre barche/ e tendi a svalutare/ l’oro del mio cuscino…”(Assenza). E ancora: “… Sono voci disperse le parole di allora/ le braccia protese hanno occhi di pianto/ non ritornano a noi che le schegge/ del tempo vissuto…” (La tua piccola voce). Assenza, desiderio, ricordo, nostalgia: dolci rimembranze che trattengono nel loro fondo l’amaro. Un Amore, sempre grande nelle attese, ma che talvolta assume quasi l’aspetto di un cadavere ricomposto, una riesumazione senza volto, di soli istanti, di fantasmi che giocarono un tempo un ruolo vitale, ma che intessono, ora, la vita che resta, di sfuggenti ricordi, di aeriformi incanti, emozioni, desideri che hanno appunto la consistenza di un alito di vento, sebbene furono ardente fuoco dell’anima: “ Nel sogno avanza senza volto/ l’ombra desiderata/ per voce cieca emersa/ sul filo della distanza…”(L’ombra). Sentimento che vediamo perpetuarsi in molti altri testi: Un giorno, Un distacco, Non per canti, ecc.
Ma la libertà dello spirito dispiega il suo canto di là da questo asfittico languore, da questo quasi isolamento, oltre la nudità di stanze disanimate e vuote, e percorre distanze infinite, immensi cieli e radiosi incanti che simulano la presenza di esso, di un Amore maiuscolo, fiato possente che investe tutto l’essere, anelito immortale sulle sconfitte della vita. Così, in Mare, compare questa smisurata dimensione che si fa voluttuoso anelito di quiete, e rende a noi l’immagine di un rasserenamento amoroso e immaginario dove il campo semantico si allarga a suggerire l’appagante estasi di un sensuale riposo. E le parole hanno il suono di una placida benevola carezza: “…L’acqua azzurra come gli occhi/ che mai m’hanno incontrato/ mi diceva vieni riposati/ in questo letto che dondola/ come la culla dell’infanzia// Qui è la gioia e l’oblio/ il silenzio che non grava il cuore/ è il velo che ti ha avvolto/ nel ventre della madre…” Atmosfere di parole sussurrate e invitanti, malìa che riporta desideri e sensi all’alvo quieto della madre/nido, metafora primordiale di significazione pascoliana.
Difficile per altro ignorare certe assonanze di ritmi e affinità semantiche con gli ultimi versi di “La mia sera”: “…E mi dicono Dormi, mi cantano Dormi, bisbigliano Dormi/ là voci di tenebra azzurra… Mi sembrano canti di culla,/ che fanno ch’io torni com’era…/ sentivo mia madre…poi nulla…/ sul far della sera.” Nei versi di Anna Maria, densi di tenerezza amorosa, interessante è il percorso simbolico che conduce dall’immagine pacificante delle onde del mare“-questo letto che dondola”- a quella della “culla dell’infanzia” (e della ninna-nanna che è in questo sussurro di parole), e quindi al “ventre della madre”.
Anche la seconda sezione, dal titolo emblematico Stanze, è preceduta da un’autocitazione in esergo che richiama ad un significato sfaccettato, plurimo, di esse, e ad una valenza simbolica assai pregnante. Stanze sono difatti quelle della casa dove l’Autrice abita, e dunque i luoghi reali, entro i quali conduce la giornaliera esistenza, ma anche quelli in cui si aggira il tormentoso viluppo dell’anima, la fiamma e la volatilità del desiderio, ogni conflittualità interiore, e attese e gioie e angosce e momentanee delizie dei sensi e del cuore. Così, a tali luoghi altamente significativi – quasi per una sorta di proprietà transitiva – viene a connettersi un prevalente valore simbolico che trasforma lo spazio fisico in significazione ed essenza dell’interiorità, generando un luogo/e non-luogo apparentemente riservato e quieto, e ambivalente – poiché fisico e psichico insieme- dove la ferrea legge della materia confligge con la dirompente espansività dello spirito, facendo, spesso, di questa particolare dimensione, di queste cosiddette stanze, una prigione.

Rossella Cerniglia