
Alessandro Fo ha una tale capacità di rappresentare la vita da fare della sua poesia una sorta di teatro: luogo da cui guarda (secondo l’etimo) il succedersi di una molteplicità di trame (di cui il poeta è spesso anche protagonista) già risolte e perciò retrospettive o che, avendo un loro svolgimento in corso, restano aperte ad ogni soluzione, fatta eccezione per quel comune sfociare, sfocandosi, nella morte, che, comunque, fa capo ad una dimensione altra variamente immaginata e immaginabile.
Nulla si sottrae alla messa in scena: persone, animali, cose, se è vero che fanno parte, tutti, del multiforme arredo dell’esistere, alimentando desideri, memorie, sentimenti, pensieri e soprattutto le domande intorno al senso del proprio fare e del proprio destino. Non per niente il chiedere del poeta Fo insiste sulla durata della propria poesia, se potrà dire, come Orazio: exegi monumentum aere perennius, o se, dopo il congedo finale, il suo dono agli uomini sarà svilito dall’incuria, da quell’ ingiusto oblio in cui sono scivolati tanti suoi amici poeti che egli nomina affettuosamente ricordandone personalità e gesti, riportandone lettere e/o stralci di conversazioni.
Non meno coinvolgenti, sebbene mai consegnati alla notorietà, sono gli altri personaggi (talvolta i meno sospettabili, quelli segnati da un marchio d’infamia e ingiusti luoghi comuni, come, per esempio, quanti sono rinchiusi in carcere, dove l’autore ha tenuto più volte le sue lezioni) che aggiungono alla narrazione del reale risvolti di grande umanità e tenerezza, dimostrando che il tessuto dell’anima resta divinamente strutturato nonostante l’errare.
La bellezza della natura e dei luoghi (un girasole gigante, le nuvole, i colori dei cieli, certe vie secondarie, monumenti e scorci di varie città) si somma a quella affatturante di amiche o di donne sconosciute e colte in certi loro atteggiamenti e grazie fisiche o di altre appena intraviste e che tuttavia la memoria custodisce come epifanie indimenticabili.
C’è in tutto questo assommarsi di dettagli (indirizzi, perfino, e numeri di telefono) la volontà struggente di sottrarre la vita alla sua impermanenza, una postura che definirei religiosa di fronte all’unicità di ogni creatura, degna d’amore in quanto concepita già da tempi remoti dalla mente di Dio.
Di certo in questa raccolta l’elemento religioso, più sfumato e dubbioso nelle raccolte precedenti, si mostra più saldo: bastano i due versi finali di Attesa in macchina (pag. 43): «È bello pure l’Angelo/ di Dio, lo sai, mamma?». messi sulla bocca di una bambina, per sottolineare la necessità della purezza originaria, saldando le ragioni estetiche e quelle etiche.
Se dovessi indicare la qualità che mette insieme tanta varia materia poetica, indicherei quella che Cristina Campo definisce attenzione: «Poesia è anche attenzione, cioè lettura su molteplici piani della realtà attorno a noi, che è verità in figure […] L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata nel reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero».
Franca Alaimo
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