*

non sono lievi i voli arresi a dissolversi
inoltrano il bianco dell’alba nel colmo di luce
nell’amplesso dei morti a venire
musica di cortili a ricreazione
di qua dal nome che dice
possesso che dice appropriazione
l’attrito a stento percepito di antenne
piumose e ali di velluto. trattengo il fiato
per le creature affacciate alla soglia
di quel che nasce, che sbroglia la sua
rete a fili torti e maglie larghe

una crisalide di frulli di falene sgrana
da un buio trasparente sottopelle
la nudità di tutto quello che disperde

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***
ritorna l’ora, per quelli emersi.
chiedo degli altri, del loro sonno
invincibile a farci da sfondo, o rigoglioso
sognarci in forma d’olmo o presa
d’acciaio che sgela nel palmo.
se non sia vita l’altalena che ci tiene
in bilico tra i mondi, ciondolando
se non sia riassorbito anche il battito
quando frantuma e condensa sul fondo
di questa coalescenza residuale che
non smette di pulsare in ogni altrove 

_

dei vivi e dei morti

*
ecco le povere cose, gli esili resti.
nel disarmo i coltelli feriscono
da ogni lato.
qui la colpa è uno scavo di rotule
nel fango, la spola
dei vivi tra gli opposti schieramenti.
quanto ai morti, indugiano
anche loro, da quando è slittata
la soglia non sanno più
dove cadere

_


*

emma occhi grandi in attesa alla fermata del tram
sulla bocca il ritaglio di stoffa è un bavaglio o una benda
bianca? l’iride manca o s’è rappresa alla pupilla
così nera già prima d’inghiottire la preda: un bimbo che
dice ad alta voce come fanno i piccoli, accanto ma senza
toccarsi. lei risponde a tono quasi avesse la testa a posto
quasi fosse parola la parola e mondo
questo mondo. ma se appena prendi fiato lei
divora quel vuoto e continua parlando e non ci sei
tu, che non puoi né andare e nemmeno restare davvero
con lei. piove di sbieco mentre t’allontani, tu
di pioggia fina, tu che piove sul bagnato

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intercity notte 237

di stazione in stazione cercarti
in un volo radente l’orizzonte
pettinare i filari dei tigli e le case
folgorate dalla fuga dei lampioni.
non c’è niente che possa durare
poco oltre l’istante dilatato
se non restando, a occhi chiusi
spalmata sui binari a pancia sotto
con il fiato premuto contro il freddo
della massicciata, sentire tutto.
ed è qui che ti muoio ed è qui
che ogni volta ti tocco



poesia di chi resta

*
sorelle, cosa resta nella notte
che vi perde?
qui dove noi si raccoglie disordine a voi
disappartiene
il non ritorno e la conta dei resti
sulla massicciata.
non più vostri l’urto né il volo
le rotaie in fuga prospettica di schizzi
e primule.
dove non siete non si ode che il nulla
sferragliare
tace il fischio che strina l’orecchio
caduto sulla linea gialla

(sorelle: Giulia e Alessia P., travolte da un treno alla stazione di
Riccione)

_

**
bentornato del fratello che piscia
contro il capanno.
a cena gli occhi mancano l’aggancio
le fibre si separano coi denti.
raddrizzate le spalle, non il guasto
l’esoscheletro dorsale variamente
ricomposto, si resta
in blocco nell’attesa che il solco
schiarisca. di quando bambina
gli chiedeva di stringerle la gola
per sentire come muore chi vive

_

vajont

l’invaso ingravida la valle, singhiozza dalle crepe
non date da bere al monte marcio.
il versante dai piedi d’argilla
slitta. sappiamo ormai
le scosse, le strade palmo a palmo
sconnesse, le fondamenta fradicie. chiniamo
le schiene al tramonto sotto i larici
dove l’acqua che regge il monte gli erode
il fianco. mentre già ci trascina un vento denso
a svanire. e il monte non cessa di cadere

_

*

che mi attrae è la colla
del niente, nell’eterna spirale o
moto alterno a diffrazione
del bianco. un alveare
di creature nate a morire.
qui per sempre vorrei danzare
con la pelle aderente
al vero, tesa
nella pienezza della resa

_

la donna stambecco

la s’indovina di notte dal biancore
della schiena, quasi un’altra concrezione
calcarea o formazione lattescente.
ma trascorre oscuramente nella coltre che
s’allenta e cede quando inarca
la fionda dei tendini ed è nuda la donna
stambecco ora spicca non resta che la scia
dei cristalli di salgemma e come brilla
lassù in alto il precipizio

_

la densità del nodo

qui dove vivo ci sono le scuole. mi piace dove vivo,
e credo che resterò qui. sul cancello del cortile c’è
un divieto d’accesso ai cani, ma d’estate questa
regola non vale, quando giocano i bambini diversi,
che non sanno dove stare.
ora è tarda primavera, hanno dipinto di rosso le
panchine. non li capisco quei vecchi che guardano i
cantieri per ore, io da vecchia guarderò i bambini
giocare, come ora che il vento solleva con le foglie
un mezzo giro d’hula hoop alle caviglie, e altre ne
piovono, verdi sui bimbi che giocano.
la palla è rossa di quelle leggere, e quando il piede
la colpisce strattona un vuoto. anche per questo
potrebbe volare troppo in alto e restare impigliata
tra i rami.
proprio ora mentre scrivo ce n’è una lassù che
s’intravede, ma stretta nella fioritura chissà se si
accorge. un’altra ce n’era qualche ramo più in là,
rimasta nell’abbraccio scheletrito di un lunghissimo
inverno e risospinta a terra dal verde, che incalza.
non rimbalza.
ma le grida dei bambini di rimbalzo al muraglione,
di rilancio nell’affaccio sulle strade collinari dove a
tratti tace il traffico, ti sembra di sentirle che
ritornano. certi suoni estremi non disperdono, certi
giorni un grido risuona più in alto più a lungo, poi
cade nel silenzio dei rami


Loriana d’Ari vive a Genova, dove lavora come psicoterapeuta. Ha pubblicato su diverse riviste e blog letterari e ricevuto riconoscimenti in occasione di vari premi, tra cui “Bologna in Lettere”, “Poesia di Strada” e “Lorenzo Montano”.
La sua raccolta d’esordio, silenzio soglia d’acqua, è risultata vincitrice della VI edizione del premio “Arcipelago itaca” (raccolta inedita, opera prima) e pubblicata nel maggio del 2021
per Arcipelago itaca Edizioni.
dei vivi e dei morti è vincitrice della XXIV edizione del Premio InediTO – Colline di Torino.


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