Sentimento è la parola chiave della recente silloge “Almeno il sentimento”, ed. Etabeta 2025 di Tino Traina. Sulla soglia dei versi e ancora nella Nota dell’autore il poeta sottolinea di volere dare, attraverso la commozione del sentimento, una personale risposta alla crisi storica della Poesia, che, perduta nella ricerca di una Parola che non si è trovata, ha smarrito la continuità con la grande tradizione della nostra cultura letteraria. Il sentimento di cui parla Traina è lontano dal significato romantico, è un sentimento “contemplato” privo d’eccessi sentimentali, un vero, solido fondamento, che anima la sua poesia, quasi un’etica, “che commuova nel giusto verso”. Come uomo e come poeta Tino Traina è sempre aperto all’incontro, all’epifania, alla generosità, alla solidarietà con la “voce che chiama, che grida lo strazio”. Sa cogliere l’élan vital, insieme alla consapevolezza che tutto passa: “nasci per un conto alla rovescia… che finisce con zero”. L’avverbio limitativo del titolo, almeno, che precede il sentimento, come ben rileva Guglielmo Peralta nella sua nota critica all’opera, esprime un desiderio minimo ma intenso, che assume il carattere della necessità. La poesia di Tino Traina sgorga limpida, da un animo acquietato, dallo sguardo penetrante nella natura e negli uomini, nella loro finitezza o rivolto in alto senza estetismi e senza fideismi: “Forse c’è un dio che aiuta / ma un altro lo distrae?” Tino Traina accetta la vita nella sua fragilità, senza rinunziare a sognare stelle e cieli, a desiderare l’alba di un giorno ancora: “E la strada che resta si contenta / del buio che la circonda, qualche sprazzo / fra gli alberi ha una luce”, ben conscio del pungolo del “non fatto / che aggroviglia la vita… senza meta e di passaggio”. La poesia si conferma autentica, con tutto il suo portato musicale e tematico, che ne svela le intense emozioni, l’intimo vibrare di fronte alla natura (il mare, gli alberi, la ginestra, il vento), ai luoghi cari, Triscina e Selinunte, agli affetti familiari, agli Amici delle Dedicate che chiudono l’opera. Ora l’emoziona l’albero cresciuto più dei nipotini, immaginato come “un bambino che gioca, le sue foglie, / le sue mani che aprono le palme / per mandare saluti da lontano… la sua cima oscilla ad un livello / di rari venti…”. Ora la mimosa che fa ombra “su un sedile / dove siede una coppia che si parla, / sono parole che si sanno dire / per non farle sentire… quella formula che spalanca incantesimi… in compagnia / d’una sola fra tante, una soltanto, / donna d’ansia, d’amore, d’allegria”. Ora il gioco della memoria, il sogno antico che rincorrono i poeti del mondo che non c’è, la luce di una stella là dov’è / l’eterna immensità dell’universo. Ora la ricerca della parola che a volte è restia ad esprimere il sentimento del poeta che la vuole unica, come mai la parola / ha finora parlato / Non è sempre che sai / quando parte e se arriva… per rendere più vero il viver che dipinge. In tutte le poesie si può cogliere ciò che definisce la storia individuale e collettiva dell’uomo, le speranze, le gioie, la malinconia, la capacità di sognare ancora anche se i giorni vissuti sono molti ed è ormai evidente che il passo si è “posato su una sabbia che non tiene” e la vita è accamparsi sulla spiaggia quando finalmente l’acqua del mare abbassa la voce, l’onda e la marea. Tuttavia, il poeta non si adagia sull’incompiutezza ma ricerca le limpide polle dell’amore e “si consola / d’averli ancora i sogni e la parola/ che dice agli altri: guarda com’è fervida / la silenziosa eternità che passa. Il suo sentimento innalza il lessico quotidiano in una lingua limpida e personale, suscita nel lettore il senso empatico di un comune fondo di umanità, l’invito a riappropriarsi, attraverso la poesia, delle radici del proprio essere.

Gabriella Maggio

https://www.etabeta-ps.com/autore-tino-traina-2093.html


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