
«Queste poesie – scrive Ramona Paraiala sulla bandella anteriore di Stanza senza pareti – sono un atto di denuncia: le donne spesso non trovano tutela lungo il cammino della FIVET (…) privacy, lavoro, età limite, costi, lunghi tempi d’attesa (…) inoltre, l’accesso alla fecondazione medicalmente assistito è consentito esclusivamente alle coppie eterosessuali», limiti che dovrebbero essere «superati per rendere il percorso più giusto, inclusivo e accessibile».
Il percorso è tratteggiato in versi asciutti e diretti “sei mesi in coda/ quasi un anno/ di non ancora/ manca il referto x/ trattamenti, attesa/ pianti/ paure/ operazione/ fino a quando/siamo pronti” e ancora “un’ultima iniezione/ ovuli tre volte al giorno/ due cerotti ogni ventiquattro ore”. L’io che racconta si tramuta presto in un “noi” di affettuosa sorellanza: “in fila le donne/ come al mattatoio/ per un pick-up/ nessuno le vede// ovuli prelevati// puoi andare”: da una parte il linguaggio impersonale, senza alcuna coloritura emotiva degli operatori sanitari, dall’altra un viluppo di emozioni taciute, un silenzio in cui “le donne/ si tendono la/ mano”, lemma, quest’ultimo, tra i più frequenti della silloge, quale simbolo di unione, vicinanza affettiva, sostegno, preghiera.
Il centro ispirativo, da cui sgorga una straordinaria varietà di sfumature emozionali intime e profondissime, è Isabel, la bimba che, pur non ancora fattasi carne, diventa, nell’attesa, così presente e concreta da assumere tratti somatici precisi: “mora con il cielo negli occhi (…) il sorriso delle fate”; un sogno condiviso, una stella, una luce che fanno della famiglia dell’autrice una trinità d’amore: “noi tre nel lettone/ tuo fratello, ormai con i baffi/ in un abbraccio stretto/ mi chiede del tuo arrivo”.
Isabel non verrà concepita e partorita; eppure, anche nella sezione finale Senza te rimane abbracciata ai familiari che l’hanno attesa: “sei svanita/ sulle lacrime/ incastrate tra le/ palpebre/ e l’anima// rimane/ immaginarti/ abbracciata/ a noi” scrive l’autrice in questi versi spezzati, quasi singultanti, tenerissimi.
Senza te è dunque la pronuncia di un dolore (lemma che ricorre cinque volte – sigillando l’ultimo testo – insieme a quelli di pianto/piangere e lacrime che ricorrono sette volte), profondo e lacerante, eppure già trasformato in canto, in piccole lucciole che somigliano alle “anime pulite”, che “restano vive nel buio”.
Aspettare Isabel non è stato affatto vano: la bimba non nata ha regalato un sogno, è stata amata, e ha insegnato soprattutto che sulla strada percorsa i segni del dolore possono diventare “fiori di loto”, simboli di resistenza, poiché, pur affondando le radici nelle acque stagnanti, emergono belli e purissimi con il loro biancore.
La silloge Stanze senza pareti è la testimonianza vera, ma pacata e decantata da un lavorio linguistico volto all’essenzialità e sfoltito da ogni traboccamento sentimentale, di uno slancio d’amore e del precipizio in cui cade disilluso, una sorta di viaggio in un’esperienza personale e allo stesso tempo condivisa con molte altre donne e famiglie, che intende portare alla luce una realtà di cui poco si parla, tracciando un possibile cammino verso la democratizzazione del diritto alla procreazione assistita riservato ancora a poche donne. In questo senso l’autrice, di origine romena, attua un compito piuttosto arduo: quello di coniugare la sfera personale e la sfera pubblica, il dolore autobiografico e lo sdegno civile, dimostrando che la poesia può diventare uno strumento utile di avanzamento morale e diffusione di diritti primari.
Franca Alaimo
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