
Daìta Martinez in sant’anna, pregevole ed elegante edizione del ilglomerulodisale, 2025, nella collana icaro diretta da Gaetano Giuseppe Magro, orchestra la sua poesia su un personalissimo, determinante cronotopo, costituito da luoghi emblematici, una casa, una piazza, un muro, una simbologia naturalistica di forte accentuazione semantica, e un tempo interiore che si condensa in illuminazioni, in flash, nell’attimo in cui riesce a fiatare la gondola del cuore quasi in panne e senza un pontile per l’attracco. C’è nei versi un intimo calore di fiamma lontana che permea l’esperienza dell’inquieto e del fallace della vita a cui la poeta allude con eleganza e la consapevolezza di non potersene staccare: l’attimo impreciso del sogno ribadito / per nome a volontà del nome alberato / amato chiarore di luna che abbandona / sorgimi laddove sola immergo / il grembo candido del distacco. Il testo manifesta un’originaria aspirazione alla purezza, connotata dal ricorrente lemma bianco ora sostantivo ora aggettivo o metaforicamente alluso come luna, giglio, bucaneve, fiore della magnolia. Lo stato d’animo dell’io lirico si fa natura, fraterno compagno di alberi (i “fratelli ulivi” dell’Alcyone dannunziano) e di “sereni” animali, cardellino, rondine, cicala di ascendenza sabiana. La circolarità del fluire analogico della vita, la rondine attesa nella sera, il sorriso di un geco immobile, l’odore sceso tra le gambe di un cardellino stanco, l’incerto sguardo del passero, la volpe che sorride, crea immagini di bellezza e di spiritualità religiosa, evoca il mistero dell’indicibile: mio difetto d’amare per ogni / ora l’onda sgranata dal vento / ha già spezzato e ferita leggerissima cade.
Lo sconfinato regno della immaginazione di Daìta Martinez inchioda il linguaggio sulla soglia di ciò che non può essere nominato, incanta, canta dentro di noi, irradiando una dimensione altra, evocata sull’attimo della visione.
Il tempo trema stanco addosso alla poeta … ancora trema al tempo il tempo e dal silenzio affiorano nella memoria l’incontro che aspetto … la casa del merlo … le mani custodi d’ogni sogno … l’attimo risorto, carezza detta con la mano chinata al seno.
L’incipit della silloge è l’immagine della casa, nello sguardo fine di maggio (ripresa discreta dell’antico topos poetico della primavera e dell’amore): così è che l’odore della tua voce / entra nel caso della casa bianca / la piccola sposa … momento centrale della silloge. Risuona di canti e di sole la casa, stornella la brocca … nudo sogno risorto dal fosso. Ma presto la pienezza e la gioia del canto poetico si sperde: disabitato è il canto al / tuo sguardo nella sera e la casa in ombra scopre e poi / ancora copre quel che resta della voce …
La ragione nostalgica della casa, corpo vivo di costole e fianchi, materno, è spezzata dalla pioggia, violata, nuda, triste per l’assenza della mano carezzante del padre:
nell’angolo della casa nuda come nudo il
soffitto eterno di cicale e d’assenza trema
la carezza di una stella la mano del padre
L’assenza e la mancanza, quando la pioggia dona al dolore il grembo del cuore danno motivo alla poeta di dire: fare casa è inferno.
La scenografia della casa si slarga nella piazza barocca, la piazza Sant’Anna, l’antico mercato arabo delle spezie, il “Suq el attarin” (Lattarini), scorcio, metonimia, del corpo dimenticato di palermo.
La percezione dei luoghi vissuti, come pure degli oggetti nominati, e pertanto riconosciuti veicoli di un possibile senso, è trasparente e libera dall’ingombro della soggettività. Le immagini hanno una vibrante, asciutta intensità, sono echi della memoria, risonanze dell’inconscio sull’orlo del silenzio: rimani a me silenzio che in petto / apri il verbo di magnolia … ho da darti un sorriso sottovoce / una candida rondine sulla guancia / e in pochi passi il cuore della luna.
Tuttavia, queste immagini corporee e intensamente incise, invitano a cercare al di là di esse il loro significato. Rievocano un già visto, “uno di quegli strani miraggi della memoria”, direbbe Giacomo Debenedetti, che ci fanno trovare in qualcosa che ci appare presente qualche altra cosa che ci pare di avere già conosciuta, tutto questo ci fa sentire che le immagini sono l’indicazione emblematica di un mondo intimo, che la poeta indica come il bosco, il sottoscala, il muro, il fosso, destinati a ritornare nella chiara luce della sua poesia come: le mani … custodi d’ogni sogno attendono sotto la casa del merlo e il vento.
La trama narrativa, sottesa ai versi, rievoca punti nevralgici della vita umana, l’abbaglio dell’amore, tulipano in ceralacca, la ferita della vita e l’infanzia: è l’incerto sguardo del passero / a schiarire la fonte battesimale, il corteo d’angeli, l’angelo custode addormentato / è solo un minuscolo accenno di rugiada, l’angelo della sera, la benedizione degli angeli in coro … danzanti sul fondale del cuore. E come sempre ritorna il momento riflessivo sul rapido svanire dei momenti sereni: smarrito chiarore d’infanzia la sola melodia da lasciare al vento. L’infanzia s’affaccia spesso nei versi della silloge, predomina nel poemetto che la chiude e che dà il nome all’opera: era bambina di quelle bambine che non sanno di bambina … il muro di sant’anna la bambina lo guardava … il muro … sono solo sette noci i denti che nascondo sotto il cuscino per l’illusione di un dono …
Alla Santa la poeta si rivolge in preghiera: insegnami a camminare finché possa / dimenticare … le grida … nel ripetersi della / colpa non compresa…
Per quanto nella silloge ricorra Sant’Anna e l’antica novena, Maria, la carezza di Dio, la poeta non ha un sentimento che si possa definire religioso in senso dogmatico, come dice Alessandro Pertosa nella bella prefazione al libro. Il sentimento mistico che aleggia nei versi è ansia di mistero, laica tensione al sacro immanente dell’umanità e nella natura:
La casa spezzata nella pioggia come
pane raffermo perché me dimentico
e il nome dei santi spersi nella folla
del silenzio … il silenzio di Dio, esperienza del vuoto.
sant’anna è, per tutto quanto ho detto, un titolo polisemico. Indica uno cronotopo che esprime un sentimento sapientemente distribuito e compiuto, l’odore della pioggia che cade, il cuore, l’odore della voce. Sant’Anna è la chiesa palermitana costruita nel ‘600 su un terreno poco stabile, costituito da depositi alluvionali e materiali di riporto scaricati dalle acque torrentizie del fiume Kemonia e per questo vulnerabile alle azioni dei terremoti. Nella silloge emblema della fragilità dei progetti e delle costruzioni umane. È la piazza barocca, il mercato assonna il ronzio delle stelle ... Ma Sant’Anna è anche la madre di Maria, e “l’indovina solitaria” del vangelo di Luca. Dal significato del nome Anna, “grazia”, è la grazia, il dono della poesia, a volte canto disabitato, canto non sempre immediato come la poeta vorrebbe. sant’anna è una mitologia assolutamente personale e privata, però ha un’evidenza umanamente condivisibile e per questo universale. È lo scarto di un cuore che genera il fiore della poesia autentica nell’accettazione del fluire complesso e spesso ondivago della vita, del mistero che la circonda; è anche ricerca incessante animata dall’orgoglio di tentare, di sfidare il muro.
I versi si susseguono senza soluzione di continuità con varia lunghezza, modulati su risonanze sonore tese a cogliere il fluire continuo della vita, fedeli alla traccia profonda del sentimento della poeta. Daita Martinez “nota e va significando a quel modo / ch’e’ ditta dentro”, parafrasando l’Alighieri. Testimonia una combattuta fede nella vita.
Daìta Martinez, palermitana, pubblica con LietoColle: (dietro l’una), 2011, la bottega di via alloro, 2013, nutrica, 2019. Vincitrice – sezione dialetto – il 7° Concorso Nazionale di Poesia Città di Chiaramonte Gulfi, è stata finalista, per l’inedito in dialetto, della 44° edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. Inserita nell’Almanacco Secolo Donna 2018, Macabor, nel 2019 ha pubblicato la finestra dei mirtilli, suite poetica scritta con il poeta Fernando Lena, Salarchi Immagini, il rumore del latte, Spazio Cultura, e ‘a varca di zagara, Macabor. È presente in Anni di Poesia di Elio Grasso, puntoacapo, 2020. Finalista – sezione raccolta inedita – della 34° edizione del Premio Lorenzo Montano, nel 2021 pubblica: Liturgia dell’acqua, Anterem, Le madri, haiku con acqueforti di Vincenzo Piazza, Edizioni dell’Angelo; nel 2023 Miros de mure – Odore di More, con traduzione in romeno di Eliza Macadan, Cosmopoli, e nell’ora dell’aurora, Portosepolto – collana di poesia, peQuod. Ha ricevuto il Premio Francesco Carbone Experimenta 2023 per la poesia. Pubblica, nel 2024, con i poeti Franca Alaimo, Andrea Castrovinci Zenna e Pietro Romano, Il pettirosso rosso, haiku, Ladolfi, e nel 2025, con Franca Alaimo, le piccole, Spazio Cultura. È tradotta in francese, spagnolo, inglese e tedesco. Suoi testi in Contemporary Sicilian Poetry: A Multilingual Anthology, Italica Press. Per ilglomerulodisale collabora con La rosa del guardare, collana diretta da Franca Alaimo, e dirige la collana la brocca rossa con Pietro Romano.
https://www.ilglomerulodisale.it/it/shop/products/santanna-daita-martinez
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