
Silenzio e voce tesse Deborah Prestileo nel suo personale colloquio con il mondo nella intensa e raffinata silloge Senza asilo edita da ilglomerulodisale 2025 nella Collana di poesia “La rosa del guardare”, diretta da Franca Alaimo con la collaborazione di Daìta Martinez. La poeta dà inizio al suo canto assumendosi la responsabilità di usare la parola che non è mai vergine ma fessura da cui costruire / l’entropia del bene. La metafora dell’entropia assume nei versi un’indubbia accezione morale, nell’ardua ricerca di trovare un senso, una traccia di bene, nel caos che ci circonda. La ricerca di Deborah Prestileo va dritta alle origini della cultura occidentale, all’ἀρχή, al Mythos, si dipana attraverso il Logos e chiude con il Soma. Miti classici di donne riemergono dalla profondità del tempo e interrogano la colta poeta. Le voci si coniugano in un dialogo intimo, fatto di consonanze e sorellanze “visionarie”: seguendo un filo che forse è cappio, /caduta a picco nel mar egeo. Dal mito, permeato di divino, Deborah Prestileo prende congedo con le Moire, metafora del destino di ogni essere umano:
Figlia sradicata, foglia senza ventre,
seme nascente in una zona d’ombra.
Non ho né terra né seme né grembo,
non più.
Segue la sezione Logos, cuore della silloge, dove la parola umana è ormai spoglia dell’originario senso sacrale: nessun dio che dice e mi sia affine … nel mio essere così, senza asilo, / esiliata in questo stesso verso. Tuttavia, affiora nei versi la consapevolezza che al tempo resiste soltanto chi ha amato … quando di tutto sembra / che si sia persa traccia / il suo nido è lì: è d’amore. Le parole della poesia bisogna scoprirle nude, “donner un sens plus pur aux mots de la tribu” (St. Mallarmè Le Tombeau d’Edgar Poe), perché “il poeta respira nell’unico modo che conosce. Scrivendo”, dice Chloe Koutsoumpeli poeta neogreca. Scrivendo Deborah Prestileo si fa carico di tutti i passaggi della sofferenza, nel mare ininterrotto del mutamento e del divenire, dove il dolore è condizione dell’esistenza, spesso inespresso, reso muto da uno sguardo indifferente. Scrivere poesie, dice la poeta, è lasciare scriversi dalla mano rapace che affonda nell’intimo e consuma l’inchiostro. Esiliata nella poesia, Deborah Prestileo imprime al suo discorso una verticalità nella quale è ravvisabile una possibilità di preghiera, che prelude a Soma:
c’è una ferita ed è Passione
c’è un uomo ed è Dio
Nella terza sezione, Soma, la parola si fa corpo. Ed è ancora un’ἀρχή della nostra cultura nella personalissima eco del Vangelo secondo Giovanni “et Verbum caro factum est” (Gv. 1,14). L’immaginazione di Deborah Prestileo spazia per un momento nei cieli azzurri:
tu, cielo sempre più celeste,
tu, materia che si fa verticale,
tu, fibra dell’universo.
Subito la tensione cede: Ti scrivo una lettera, mio dio / ma tu solo sai l’indirizzo. Dio resta distante. Il cielo è vuoto come ha detto Sylvia Plath. La silloge nella sua conclusione dà ragione del titolo Senza asilo. Nessun luogo è inviolabile, nessun asilo dove trovare il senso della vita, ridotta in pezzi: Adesso è tutta la vita fatta a pezzi / manca la fine e manca il senso … Sono ancora senza asilo, ma l’amore non è che un fiume / in cui sentire tutto, straripare nella piena. Nel corpo a corpo con l’indicibile, che è insieme arrischio puntiglioso e meditazione invocante non dell’assoluzione, ma del perdono, che non arriva, la poeta è cosciente del non-dove della piena risposta, dei modesti tentativi di sopravvivenza. Nelle rievocazioni degli antichi fondamenti non c’è traccia di nostalgia, piuttosto si tratta di un sapiente anacronismo che, non permettendo un’adesione piena al proprio tempo, impedisce anche di comporsi perfettamente con altre epoche fondative; in questo modo la poeta crea nel suo presente varchi e fenditure, lasciando quello spazio necessario perché la poesia l’attraversi. Cerca le segnature dell’ἀρχή, non in quanto paradiso lontano e perduto, ma in quanto tempo più prossimo al principio. Il linguaggio, intermittente col silenzio, è rivelatore della mancanza di un ubi consistam, l’asilo. La lingua limpida ha un ritmo lento e meditativo, sottolineato dall’uso personalissimo della punteggiatura. Senza asilo esprime compiutamente l’emozione esistenziale della poeta, un’emozione particolare, come scrive Thomas Stearns Eliot. Come scrive Franca Alaimo nella esaustiva prefazione il discorso di Deborah Prestileo è “di grande complessità … mira a stabilire una quanto più ampia connessione e con la storia del pensiero e con quella della letteratura, utilizzando entrambe per l’elaborazione di un mito personale, secondo la peculiarità della propria vocazione stilistica”.
LE MOIRE
Foglia stropicciata, figlia senza madre,
radice stirpata a te che non ci sei più.
Figlia sradicata, foglia senza ventre,
seme nascente in una zona d’ombra.
Non ho né terra né seme né grembo,
non più. Tutto si spezza,
la mia vita
con la tua.
*
Lento aggrovigliarsi di un gomitolo,
estenuante tessitura di una tela,
quando di tutto sembra
che si sia persa traccia
il suo nido è lì: è d’amore e ti accoglie
come una madre che – d’istinto –
al primo pericolo, o al primo bisogno,
poggia la mano sul ventre.
*
Io, seme che non germoglia
io, linfa che muore,
io, aria che si attorciglia in gola.
tu, cielo sempre più celeste,
tu, materia che si fa verticale,
tu, fibra dell’universo.
(dio non ha più ossa per sostenermi)
Deborah Prestileo è nata nel 1999 a Messina. Ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica all’Università di Bologna, specializzandosi in tradizione e permanenza dei classici e in studi medievali. Nel 2018 vince la sezione Miele del IV seme della “Balena di ghiaccio” e nel 2019 si colloca al secondo posto del Premio “Lighea”. Collabora come redattrice per la rivista culturale dell’Alma Mater e porta avanti la rubrica critica Fragmenta del lit-blog “Le Finestre”. Nel 2024 partecipa all’antologia siciliana Nel verso giusto. Voci di resistenza poetica (L’Arca di Noè). Senza asilo è il suo esordio.
https://www.ilglomerulodisale.it/it/shop/products/deborah-prestileo-senza-asilo
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