GIOVENALE DELLA POESIA DICE

…che in questo primo ventennio di XXI secolo mostra una presenza quantitativamente esorbitante, ma qualitativamente sintomatica. Ovvero? Sintomo di cosa? Della sua spesso pessima salute in quanto poesia. Ovvero: là dove si incaponisce a darsi come assertiva, quando cioè il poeta appoggia tutte e otto le sue zampe su click ben solidificati del codice di procedura poetica, e fa le sue mossette manfrine manovrine retoriche note al lettore avvertito, ecco che la sua scrittura si scopre indifesa e indifendibile: meglio, morta. Meglio morta che ri-novecentesca.
Ma regolarmente, come i neosereniani e gli autonominatisi eredi della lirica dimostrano, pur di non azzardare una qualsiasi ricerca e sperimentazione il mainstream (editoriale, distributivo) preferisce la necrosi, l’iterazione, l’autorialità presunta “forte” – cartacarbone della poesia-usque-ad-mortem. (Addirittura, negli ultimi quindici-vent’anni, editori italici medi e grandi hanno ceduto le armi e cooptato addirittura il kitsch e il sottobosco – floridissimo in ogni borgo – ramazzando testi a dir poco impresentabili e imbarazzanti pur di non aggiornare il proprio catalogo con un centimetro di avanzamento in sincrono con l’effettiva, reale arte contemporanea e scrittura sperimentale in atto nel mondo intero).

LA SUA POESIA CI DICE

…di essere, spesso o sempre, lontana dalla poesia in senso ‘classico’. Raramente è postlirica. Per tutto il resto è prosa (in prosa). Ma sarà meglio spiegarlo proprio con tre pagine.

Da Delle osservazioni (Blonk, 2021):

il luogo della scatola celeste
del cranio che presiede all’equilibrio
si chiama labirinto

che intorno si organizzano
le cose come stanno

Da La gente non sa cosa si perde (TIC, 2021):

Ho scritto un romanzo di grande moralità. Un libro di forza e profezia, in cui ho raccolto tutti i frammenti di forza e profezia che la moralità mi poteva dare. Con tanta moralità e profezia ho avuto la possibilità di pubblicare tanta forza. Così come ci vuole tanta forza per essere morali. E profetici.

Di-co-sa si è parlato in questi anni recenti? Si è parlato di tenuta delle connessioni, di idraulica, di avvitamenti, di chiodi.

Ebbene.
Come potete vedere bene qui io ho fatto tutte le connessioni, i tubi tengono e l’acqua passa, insieme al libro vi viene fornito un cacciavite per cui /
avvitarvi e avvitare quanto volete.

Il martello ve lo do io.

Da Quasi tutti (Miraggi, 2018):

Sì, è come lei dice, mi sono rifiutato di ascoltare la musica, sono rimasto nel nascondiglio per tutto il tempo. Ho cercato di non imparare così. Ho cercato di semplificare all’estremo le mie parole. In alcuni momenti la semplicità era perfino più forte della realtà. Pensavo di tradirla, vede. Era pieno di macchie. Nessuno poteva verificare quello che dicevo. Quando fu trascritta dai cronisti la mia frase più celebre molti non ne compresero l’oggetto. Per quanto semplificassi tutto, a rischio di mentire, non tutto per loro era chiaro. Quasi niente, anzi. Allora passando interamente sul fronte della menzogna pensai: ora sarà evidente, esplicito. Mentirò sempre, completamente, senza retorica. Solo bugie. E: soggetto, verbo, oggetto. In modo piatto. Sarà decifrata ogni cosa. Intenderanno. Mi capiranno perché è il loro stesso linguaggio. Con tutta la sintassi azzerata, totalmente semplificata. Loro capiscono le deformazioni. Leggeranno. Sarà limpido. Sbagliavo. Neanche così funzionò. Non funzionava.

DICONO DI LUI E DELLA SUA POESIA

Paolo Zublena (dalla postfazione a Quasi tutti, Miraggi, 2018):

“Il montaggio, spesso in forma di cut up, che si trova tanto spesso in Giovenale […] è diverso da quello delle avanguardie storiche, più vicino semmai a quello di Burroughs. Non c’è ovviamente la soggettività attiva come inconscio del surrealismo, ma nemmeno l’iperenergetico paroliberismo asintattico futurista o l’approccio stocastico del dadaismo, di cui pure è ripresa l’istanza antiartistica.
Un’altra presenza frequente è quella del vincolo formale, che è però qualcosa di diverso dalla contrainte modernista: una griglia procedurale, che – mentre una volta di più libera il testo dalla soggettività autoriale – lo vincola non a una metatestualità estenuata, ma a un rapporto con le strutture percettive dominanti (e storicamente determinate): e quindi in un certo senso lo àncora non naturalisticamente al suo tempo”.

Antonella Anedda (dalla prefazione a La casa esposta, Le Lettere, 2007):

“Esattezza da entomologo e passione geometrica convivono in un vuoto mai riempito se non da accumuli improvvisi (come nelle sezioni in prosa del libro) che non descrivono ma dialogano con uno spazio percepito come instabile,a un passo dal crollo nell’inerte e nell’amorfo. E’ quello che accade in Slant Piece di Roberth Smithson dove la materia ( sale, vetro, specchio) viene espulsa “rimossa” scrive Elio Grazioli dalla struttura geometrica poco distante per mostrarne la dissonanza, la sostanziale obliquità”.

Cecilia Bello Minciacchi (dall’antologia Parola plurale, Sossella, 2005):

La “predominante retorica che mostra come le corrispondenze siano possibili sì ma dubbiose, e dissolte, dissipate, lascia affiorare una dialettica tra opacità e trasparenza, tra vero e apparenza del vero. Ed è una vocazione, questa, a sconfessare, a smascherare ciò che del vero intenderebbe avere la piena apparenza ed è invece, al massimo, sovrapposizione, ‘decalkomania’ (queste le fotografie/sovrapposizioni di Francesca Vitale che insieme ai testi di Giovenale danno vita a Curvature). In questo carattere riposa la qualità etica della poesia di Giovenale, che investe il problema dell’identità da non intendersi, qui, solo del soggetto poetico – ché l’io nella sua poesia è quanto più possibile filtrato e non protagonista –, ma anche delle cose e dei paesaggi”.

Giuliano Mesa (dalla prefazione a Curvature, libro con Francesca Vitale, La camera verde, 2002):

“La costante curvatura dello sguardo, in queste poesie intitolate raggi incidenti, non è un distogliere ma un tenace permanere su una soglia di compresenza: nominare le cose, l’esperienza, e i nomi che nominano, senza che mai nessuno di questi tre ‘piani’ – le cose, l’esperienza di esse, le forme nominanti – prenda, staticamente, il sopravvento, nella consapevolezza che la coincidenza tra nome e cosa è velleità (o ideologia), e tuttavia non abbandonandosi a un idioletto che mimi la percezione soggettiva né al jeux de mots disincantato, esibito in ripetizione senza differenza”.

GIOVENALE E I POETI “INFLUENCERS”

C’è sempre da imparare, nel rileggere Rosselli, Mesa, Balestrini, Porta, Sanguineti, Costa, Bordini, Villa, Bene. Ma per i nomi più vicini al presente, voglio elencare al momento solo non italiani: Jeff Derksen, Christophe Tarkos, Nathalie Quintane, Jennifer Scappettone, Luc Bénazet, Kate Greenstreet, Sharon Mesmer, Jean-Marie Gleize, Cia Rinne.

In dono a Marco e ai lettori di larosainpiù, Se d’amore si muore, siamo morti noi di Edoardo Sanguineti

Se d’amore si muore, siamo morti noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osé): (un rosé): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, o un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà

comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:

perché, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:

questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi:

se d’amore si vive, siamo vivi

Marco Giovenale è tra i fondatori del sito di materiali sperimentali gammm.org (2006). Vive a Roma, dove lavora. Tiene corsi di letteratura per centroscritture.it. Collabora con rivistasegno.eu e «l’immaginazione». È redattore di vari spazi web, italiani e stranieri. Cura la collana “SYN – scritture di ricerca” per le edizioni IkonaLíber.
Tra i suoi libri di poesia: La casa esposta (Le Lettere, 2007), Shelter (Donzelli, 2010), Storia dei minuti (Transeuropa, 2010), In rebus (Zona, 2012, con i testi vincitori del Premio Antonio Delfini 2009), Delvaux (Oèdipus, 2013), Maniera nera (Aragno, 2015), Strettoie (Arcipelago Itaca, 2017), Delle osservazioni (Blonk, 2021).
In prosa: Numeri primi (Arcipelago, 2006), Quasi tutti (Polìmata, 2010; ediz. definitiva: Miraggi, 2018), Lie lie (La camera verde, 2010), Il paziente crede di essere (Gorilla Sapiens, 2016), Le carte della casa (Edizioni volatili, 2020), La gente non sa cosa si perde (TIC, 2021). Prose, poesie e saggi sono tradotti in varie lingue: inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, svedese, ungherese.
Materiali scritti direttamente in lingua inglese: le prose di a gunless tea (Dusie, 2007), CDK (T.A.P., 2009) e Anachromisms (Ahsahta Press, 2014); e il ‘found text’ White While (Gauss PDF, 2014).
Suoi testi in italiano sono antologizzati in varie sedi, tra cui Parola plurale (Sossella, 2005), Nono quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007), nel volume del Premio Antonio Delfini 2009, in Poesia degli anni Zero (Ponte Sisto, 2011), Nuovi oggettivisti (Loffredo, 2013), Roman Poetry Festival (Ponte Sisto, 2019). Con i redattori di gammm è nel libro collettivo Prosa in prosa (Le Lettere, 2009).
Per Sossella nel 2008 ha curato una ampia raccolta antologica di testi di Roberto Roversi. Ha tradotto Billy the Kid, di Jack Spicer (La camera verde, 2014, a cura di Paul Vangelisti).
Dal 2003 il suo sito è Slowforward: slowforward.net