
Della poesia ho la stessa impressione del silenzioso reinventarsi dei sensi: va masticata, la poesia, soltanto articolandola e senza suono immaginandone il tuono interiore che crocchia tra i molari. E poi ancora all’avventarsi dei rumori tra i versi è bene prestare attenzione ai silenzi fra di essi poiché nel non espresso v’è tutta la fragranza; e ancora la poesia è spiare a fondo in quei pertugi le ellissi che si mondano della ferialità. La poesia è un indizio breve e in contrasto perpetuo con la sua traccia prolissa e longeva. Poi il verso talvolta sibila in un acufene dalle risposte asmatiche; curarsi squarci per aprirne di nuovi. Sempre questo resta scrivere, resta poesia.
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Mi annoda questo cielo di megattere,
loro se ne vanno, pesanti transatlantici;
e migrano senza che metri cubi di
spazio rimangano troppo addietro.
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Scegliamo un mezzogiorno
in cui trovarci ma è un sole
di censura ad annerirci, disturbati
dai motori d’aeroplano e i gabbiani
mai in panne a indorarsi tra i chiarori.
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La battigia è un travaglio
della luna, una prole di
stelle elettriche a filo di mare
mentre i pescatori, a largo, hanno
la febbre. Ci sputa un buio addosso
che è un volo di vertigine sull’opale
dai flutti sassosi e un pretesto da marinai
– eccomi, rimani. Mi parli e le tallofite ci
inondano i malleoli, ma hai già usurpato
questo ciglio di lido arenato a bordo strada.
Andrea Palagiano nasce a Roma nel 2001. Inizia a scrivere dall’adolescenza e risulta vincitore del secondo posto nel concorso letterario Argentario e premio Caravaggio, allo stesso modo gli viene riconosciuto merito in altri concorsi letterari come il Poseidonia Paestum XXXI edizione.
È laureato in storia dell’arte presso l’università di Roma Tor Vergata.
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